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I mosaici di Ossios Loukas

A. Guiglia Guidobaldi tratto  da www.treccani.it/enciclopedia/hosios-lukas_(Enciclopedia-dell’-Arte-Medievale)  passim

Complesso monastico tra i più celebri della Grecia, situato tra i monti della Focide, nei pressi dell’antica città di Stiride, a km. 35 ca. da Delfi.

La chiesa della Theotokos costituisce il primo significativo esempio dell’accoglimento in terra ellenica del tipico impianto costantinopolitano a croce greca inscritta, noto dalle celebri fondazioni dell’inizio del sec. 10°, come il monastero di Costantino Lips o la chiesa del Myrelaion: variante di rilievo è l’ampio nartece a sei campate, ben noto dagli esempi atoniti. La struttura muraria è del tipo a cloisonné, arricchita dalla presenza di motivi pseudo-cufici che, nella zona absidale, si dispongono addirittura in tre fregi sovrapposti; un gusto decorativo che ebbe in seguito larga diffusione nella Grecia dei secc. 11° e 12°, ma che si manifesta qui, al suo esordio, in modo già elaborato e compiuto. Un analogo incisivo influsso dell’arte islamica è individuabile nel tamburo ottagonale della cupola, nel quale si aprono bifore con timpani monolitici ad arco oltrepassato, poggianti su lastre marmoree di rivestimento, ornate da croci e motivi vegetali a incrostazione. I modelli per tali singolari soluzioni decorative dell’esterno dell’edificio sono stati indicati sia in oggetti d’arte mobili (Miles, 1964) sia nell’architettura musulmana, come per es. nel c.d. mausoleo dei Samanidi a Bukhara o nella Grande moschea di Kairouan (Grabar, 1971; Buras, 1980).Un gusto orientalizzante caratterizza in parte anche la scultura all’interno della Panaghia, soprattutto le quattro grandi imposte dei capitelli della cupola e l’epistilio del témplon, mentre i capitelli, simili due a due, appaiono originali interpretazioni del tradizionale corinzio. Nel suo insieme, comunque, l’arredo plastico dell’edificio riflette, anche qualitativamente, le tendenze e le mode innovative dell’arte costantinopolitana dell’epoca della dinastia macedone (867-1056).Dell’originaria decorazione parietale resta soltanto il citato frammento di affresco con Giosuè e l’angelo, scoperto nel 1964, che è stato messo in rapporto con le miniature del Menologio di Basilio II, del 985 ca. (Roma, BAV, Vat. gr. 1613). Ben conservato è invece il pavimento in opus sectile nel nartece e nel naós, redatto nello stile caratteristico dell’età mediobizantina, a grandi lastre marmoree bordate da fasce a motivi geometrici policromi (Schultz, Barnsley, 1901, tavv. 32, 33).Il katholikón costituisce un significativo esempio di chiesa con cupola su base ottagona e trombe d’angolo, del tipo c.d. complesso poiché intorno al vano centrale, dilatato in forma di croce, si dispone una serie di vani sussidiari sormontati da gallerie che concorrono a sostenere il peso della copertura. La struttura muraria differisce da quella della Panaghia per la tecnica a cloisonné ottenuta in questo caso con blocchi di pietra di grandi dimensioni e di forme irregolari, separati da file orizzontali di mattoni (Hadji-Minaglu, 1994). A E l’unica ampia abside è semicircolare all’interno e poligonale all’esterno, come le tre absidi della chiesa della Theotokos, mentre a O l’attuale nartece era preceduto da un esonartece – demolito alla fine del sec. 19°, ma ricostruibile grazie a disegni e descrizioni – attribuibile al sec. 12° (Philippidu-Bura, 1970-1972).Di particolare interesse è la decorazione scultorea all’esterno dell’edificio, costituita dalle lastre marmoree di parapetto delle finestre bifore e trifore: pur se in gran parte di restauro, esse attestano l’evidente recupero di schemi compositivi tipici dei secc. 5° e 6° – come il serto tra lemnischi e croci -, ma stilisticamente aggiornati. Anche all’interno del katholikón l’arredo plastico è di livello qualitativo notevolissimo, soprattutto l’iconostasi, divisa in tre parti, con originali capitelli ornati da nastri annodati che sostengono l’epistilio fittamente ricoperto da motivi vegetali con rosoni a rilievo e figure di grifoni (Grabar, 1976).Come nella Panaghia, anche qui il pavimento è rivestito da grandi lastre marmoree unite a riquadri in opus sectile in un insieme tra i più pregevoli dell’età mediobizantina; la decorazione si estende poi anche alle pareti fino a notevole altezza, scandita orizzontalmente da raffinati fregi ornamentali a incrostazione.

L’importanza del katholikón di H. è tuttavia legata principalmente alla sua decorazione musiva e pittorica, alla quale il recente restauro ha restituito l’originario splendore e che – insieme ai cicli della Nea Moni di Chio e della Santa Sofia di Kiev, entrambi databili al quinto decennio del sec. 11° – costituisce la testimonianza più significativa della pittura bizantina di età macedone.I mosaici decorano il nartece, il naós, il bema, l’abside e il diaconico, secondo il programma iconografico canonico dell’età posticonoclasta, anche se le scene evangeliche sono piuttosto limitate rispetto al gran numero di figure isolate di santi. Nell’abside si trova la Vergine in trono con il Bambino e nella cupola del bema la Pentecoste; nelle trombe angolari restano solo l’Annunciazione, la Presentazione al Tempio e il Battesimo, mentre nella cupola e nel tamburo il Pantocratore e i profeti originari sono stati sostituiti da affreschi ottocenteschi; nel nartece trovano posto infine la Lavanda dei piedi, la Crocifissione, l’Anastasi, l’Incredulità di Tommaso e il monumentale busto del Cristo Pantocratore.I mosaici del nartece vengono unanimemente considerati opera di un maestro più abile ed esprimono al meglio lo stile dell’intera decorazione, caratterizzato da essenzialità e simmetria nella composizione delle scene, dalle proporzioni talora distorte delle figure umane che vengono accentuate dal panneggio irrazionale e astratto, dall’estrema spiritualizzazione dei volti dominati da grandi occhi e da una generalizzata stilizzazione lineare. Tali elementi avevano tradizionalmente fatto considerare i mosaici di H. come espressione della c.d. corrente monastica e provinciale dell’arte bizantina (Demus, 1947; Lazarev, 1967), ma più recentemente si è preferito ricondurre comunque la provenienza delle maestranze a Costantinopoli, spostando i termini del problema verso una coesistenza e uno sviluppo, sempre in ambito metropolitano, di diverse tendenze o livelli stilistici (Mango, 1978; Muriki, 1980-1981).La decorazione pittorica si svolge sia all’interno della chiesa, nei compartimenti nord-ovest, sud-ovest e nord-est, sia nella sottostante cripta. Il programma iconografico dei compartimenti secondari è di lettura non agevole e include, oltre che figure di santi e angeli, alcune scene isolate (cappella nordovest: Crocifissione e Ascensione di Elia; cappella sud-ovest: Incontro tra Cristo e s. Giovanni Battista prima del battesimo; cappella sud-est: monaco che offre a s. Luca il modellino della chiesa), probabilmente collegabili alla funzione dei compartimenti stessi, che tuttavia non è stata ancora chiarita con certezza (Chatzidakis, 1969; Chatzidakis-Bacharas, 1972; 1981; Pallas, 1985). Di livello qualitativo piuttosto alto, gli affreschi sono stati sia collegati stilisticamente e cronologicamente ai mosaici (Muriki, 1980-1981) sia posticipati al sec. 11° inoltrato (Chatzidakis-Bacharas, 1981).Il ciclo della cripta comprende sette scene della Passione e Risurrezione, alle quali si aggiungono la Dormizione della Vergine, una Déesis e numerosissimi busti di apostoli, santi guerrieri e santi monaci, posti entro clipei nelle volte. È stata sottolineata la stretta connessione iconografica e stilistica degli affreschi con la decorazione musiva e pittorica della chiesa soprastante, pur se nei primi si notano una maggiore scioltezza compositiva e una più ricca ambientazione paesaggistica delle scene. La datazione segue per lo più le sorti cronologiche del katholikón nel suo insieme, per cui il ciclo è stato attribuito sia alla prima metà avanzata del sec. 11° (Muriki, 1980-1981; Panaghiotidi, 1986) sia all’ultimo quarto del sec. 10°, per analogie con gli affreschi della Grande colombaia a Çavuşin, in Cappadocia, e con le miniature del citato Menologio di Basilio II (Connor, 1991).