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I viaggi di San Paolo

Testo di padre Paolo Bizzeti Si, Turchia. Guida biblica, patristica, archeologica e turistica, EDB, 2014, pag 311-318

I viaggi paolini furono favoriti dal quadro storico, politico e culturale che si determinò in Grecia, in Asia Minore e nell’Oriente in genere, nella prima metà del I sec. d.C., a causa della progressiva penetrazione della cultura ellenica e della potenza politico militare romana. (…) A metà del II sec. a.C. la Grecia, la Macedonia e la parte occidentale dell’Asia Minore formavano già delle “provincie romane”; nel I sec. a.C. fu il turno della Bitinia, della Cilicia e della Siria; sotto Augusto, tutta la parte centrale dell’Asia Minore venne a formare la “provincia romana della Galazia”; sotto l’imperatore Claudio, anche la Licia e la Panfilia ebbero la stessa sorte. Gli stessi Regni, che continuavano a sussistere come tali, erano di fatto soggetti e tributari dell’impero romano, che li teneva in vita per le proprie finalità politiche. (…) Ovunque, in Oriente, Roma si presentava ormai come segno di unità, di stabilità economica e giuridica e soprattutto di continuità nell’ordine e nella pace. Si attuò così per l’Oriente una duplice unità: un’unità culturale (quella ellenica [che derivava dal regno di Alessandro Magno]) e un’unità politica (quella romana). Si badi bene dunque che, se i quadri politici generali erano romani, di fatto le amministrazioni, gli usi, i costumi rimanevano profondamente di struttura greca. Ancora: molte di queste popolazioni conquistate, pur mantenendo vivi i loro dialetti locali, comunicavano tra loro non in latino, ma in greco. Di più: la religione greca influì profondamente sulle popolazioni dell’Asia Minore, tanto che il pantheon ellenico o si identificò con le vecchie divinità locali o le soppiantò completamente. Quindi, nei suoi viaggi apostolici, Paolo fu favorito da questa duplice unità: da quella politica, che gli fece godere i benefici della pax romana, e gli diede l’ambito onore di essere cittadino romano; da quella culturale, che lo mise in grado di parlare la stessa lingua delle genti che incontrava, di comprendere, nelle linee generali, la mentalità culturale e religiosa comune e infine, dato il forte sincretismo religioso creato dall’ellenismo, di poter predicare apertamente la fede cristiana.

Il fattore che più di ogni altro favorì decisamente la diffusione del cristianesimo, l’opera missionaria degli apostoli e l’infaticabile apostolato di Paolo, fu il meraviglioso ed imponente sistema di vie di comunicazione terrestre e marittimo, realizzato dall’impero romano. L’unità amministrativa e culturale si poté raggiungere più facilmente proprio perché ogni paese poteva comunicare con gli altri e tutti, senza grosse difficoltà, con Roma. Le distanze, calcolate con i miliari, non facevano più molta paura: si viaggiava molto e con una relativa sicurezza, dato che si poteva programmare in anticipo il proprio viaggio.

Tutte le vie dell’impero romano partivano da Roma, probabilmente dal monumento della Meta Sudans, posto vicino al Colosseo. E da qui si snodavano le tre arterie principali: l’Aurelia e l’Aemilia, che, parallele, correvano verso il nord, congiungendo l’Italia con la Francia e gli altri paesi del continente europeo, e si collegavano fra loro attraverso la Flaminia nel centro Italia e la Postumia nel nord Italia. L’Appia, la regina delle vie romane, collegava Roma con il sud e, fermandosi a Taranto e a Brindisi, assicurava la via verso l’Oriente. Infatti, attraversato il mare, l’Appia trovava la sua continuazione terrestre nella Via Ignazia, che biforcandosi conduceva sia in Grecia sia in Asia Minore. Qui, la rete viaria, curata precedentemente dagli ittiti, dai persiani e dai seleucidi, era molto fitta e faceva capo alla via di Efeso, alla via Reale e alla via Sebastea. In Palestina, le vie principali erano la Via Maris che andava da Damasco in Egitto e le tre arterie – Via Media, Via Orientale e Via Occidentale – che portavano da Nazaret a Gerusalemme.
Le strade erano quindi numerose, abbastanza larghe, munite di ponti che facilitavano i passaggi più difficili, numerate con i miliari che servivano da punti di riferimento per orizzontarsi e per stabilire incontri. La sicurezza della strada era relativamente buona, anche se non mancavano gli inconvenienti, soprattutto nei tratti montani, dove le avversità atmosferiche e la piaga del brigantaggio creavano seri problemi. Nonostante ciò, si viaggiava molto: sia per motivi commerciali che per motivi politici, religiosi, propagandistici, culturali o per semplice divertimento o turismo.

Anche i viaggi per mari erano molto frequenti, nonostante che si navigasse quasi esclusivamente nella buona stagione, che andava da aprile-maggio a ottobre-novembre. I viaggiatori a volte erano molto numerosi – sulla nave che portò Paolo a Roma c’erano ben 276 persone (At 27,37). La maggior parte pagava il loro viaggio, mentre i più poveri venivano ammessi a condizione di prestare servizi a bordo. Le rotte seguite, per la zona che riguardava i viaggi paolini, erano di due specie: le rotte di piccolo cabotaggio, che seguivano da vicino la costa, le indicazioni delle carte nautiche e sfruttavano la forza dei venti locali; e le rotte di lunga traversata, che si effettuavano in alto mare, basandosi sulla conoscenza delle stelle e sul calcolo delle distanze da un porto all’altro. In genere, si seguivano queste rotte: la via del Nord, che partiva da un porto dell’Asia Minore, faceva scalo in qualche porto del Mare Egeo e da qui puntava su Messina o Brindisi, secondo che il viaggio doveva continuare per mare o per terra; la via centrale, che partiva dai porti della Siria e della Palestina, costeggiava la parte sud dell’Isola di Creta e si dirigeva verso i porti della Sicilia orientale; la via del Sud, che scendeva verso il porto di Alessandria, seguiva le coste dell’Africa del nord e risaliva poi verso Siracusa e da qui verso Messina e gli altri porti dell’Italia. Nei viaggi per mare, la sicurezza dipendeva molto dai venti, dalla grandezza delle navi e soprattutto dalla bravura ed esperienza dei marinai. Un viaggio dalla Palestina a Roma poteva durare 15 giorni se tutto andava bene, ma poteva durare anche un mese o più. I maggiori rischi della navigazione erano due: il mare troppo calmo, che faceva avanzare troppo lentamente ed esaurire le provviste, e il mare in tempesta, che poteva far naufragare la nave.

Di tutti questi pericoli di terra e di mare, di tutte le traversie e sofferenze e di altre poco piacevoli disavventure che potevano capitare nei viaggi e che di fatto capitarono a Paolo, ce ne parla lui stesso in 2Cor 11, 23-28:

[23]Sono ministri di Cristo? Sto per dire una pazzia, io lo sono più di loro: molto di più nelle fatiche, molto di più nelle prigionie, infinitamente di più nelle percosse, spesso in pericolo di morte. [24]Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i trentanove colpi; [25]tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. [26]Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; [27]fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. [28]E oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese.

Domandiamoci dunque qual era la “Turchia” del tempo di Tiberio e dei suoi successori: quell’epoca infatti, solo più tardi verrà chiamata l’ “era cristiana”. (…) Quello che noi chiamiamo “il cristianesimo” in realtà all’inizio era solo una corrente all’interno del giudaismo del I sec., una realtà variegata, con correnti, gruppi, associazioni, movimenti, come diremmo oggi. Pertanto bisogna rendersi conto che la predicazione apostolica prima di tutto si è svolta secondo le direttrici del giudaismo della diaspora.
“Paolo segue il criterio di predicare in prima istanza agli ebrei nelle sinagoghe e poi ai gentili; ma lo fa anche perché rifiuta gli oboli dai suoi convertiti e deve sempre trovarsi un lavoro presso gli ebrei, da buon fariseo (…). Paolo lavora alle pesanti e nere tende cilicie e perché si reca presso fabbricanti e mercanti ebrei di tessuti, che sono i suoi primi ospiti, come sappiamo espressamente nel caso di Aquila pontico. La predicazione alle genti privilegia quindi grandi piazze con presenza logistica di ebrei, ma dove sono presenti numerose folle composte di ebrei ellenisti guidaizzanti oppure ancora pagani, che però erano spiritualmente predisposti ed attratti dalle fedi e dalle pratiche intimistiche e misteriosofiche. Paolo privilegia i centri con santuari famosi, che attiravano folle di pellegrini, come Perge per Artemide, Antiochia di Pisidia per Men-Luna, Efeso per Artemide, Mileto per Apollo Didimo, Patara per il santuario oracolare di Apollo Patareus. Il messaggio cristiano attecchisce più facilmente sul terreno così propizio dell’Anatolia, preparato dalle filosofie morali (…), dallo gnosticismo e dai culti misterici, che aspettavano un salvatore” (G.Uggeri, In Turchia. Sulle orme di Paolo, LEV, Città del Vaticano 2013, 297-207).

(…) I primi cristiani pregavano come molti dei giudei loro contemporanei, con cui condividevano l’amore per le Scritture (quello che poi è stato chiamato Antico o Primo Testamento), le pratiche della pietà, la forte coscienza di essere un popolo messo a parte da quel Dio di cui avevano fatto esperienza Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, Davide e così via.
In qualche modo erano anche persone “in attesa” di un intervento radicale di Dio nella loro storia e in quella umana in generale; attese che si diversificavano notevolmente tra di loro. Alcune si incentravano su una figura “messianica”, un “unto” del Signore, nella linea regale e/o profetica e/o sacerdotale. Pensare che tutti erano in attesa del Messia è un’ingenuità cristiana posteriore.
Paolo e Barnaba, ma già prima Pietro, Filippo e altri si muovevano dunque dentro un network, un reticolo di comunità, di luoghi di culto e riunione, di liturgie, di convinzioni religiose costituito dal giudaismo palestinese e ancora di più dal giudaismo della diaspora.