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Il mito di Edipo e lo “spirituale” in San Paolo

di don Andrea Lonardo

La storia che voglio raccontarvi qui, per far parlare questo luogo è quella del famoso mito di Edipo di cui Sofocle ci racconta in “Edipo re” ed in “Edipo a Colono” che è una storia che, poi – è un volo pindarico che faremo – viene rivisitata, in epoca moderna, da Freud. Vedremo poi – e sarà un secondo volo pindarico – come ci parla della profezia e della giustizia S.Paolo.
Allora la storia di Edipo è veramente interessante. Pone, a suo modo, la grande domanda che l’uomo greco aveva – ma che in realtà ognuno di noi porta dentro – “E’ possibile la giustizia in questo mondo?”. Dietro la domanda rivolta all’oracolo, c’è qualcosa di molto serio. Non si chiedono a lui curiosità stupide. E la grande domanda è: “C’è giustizia in questo mondo?” Ed anche: “Se tutto dipende dal caso non può esserci giustizia. E’ meglio allora se esistono gli Dei?” Ed infine: “Ma gli Dei contribuiscono a che ci sia giustizia, oppure il divino è il nemico numero uno dell’uomo ed è pericoloso che si intrometta nelle vicende umane?”
Voi conoscete certo la storia di Edipo. E’ molto particolare. Edipo è figlio di Laio e di Giocasta, che sono i re di Tebe. I due non riuscivano ad avere figli. Come in molte famiglie oggi, non nascono loro bambini, ed il perché è per loro un mistero, un grande mistero, una sfida all’idea di giustizia un questo mondo. La vita non è un dono di Dio? E perché a me non viene fatto questo dono? Vanno dall’oracolo di Delfi e chiedono perché non nasca un bambino e l’oracolo, che risponde sempre in maniera misteriosa, questa volta dice – così nell’opera di Sofocle – “E’ meglio che voi non cerchiate un figlio, perché il figlio ucciderà il padre e sposerà la madre”. L’incesto, da sempre, insieme all’omicidio, è una delle cose che più ripugna all’uomo. Giocasta però non tollera l’idea di non avere un figlio, fa ubriacare il marito, ha un rapporto sessuale con lui mentre è ubriaco e alla fine nasce Edipo. Il padre è preoccupato per l’oracolo che ha ricevuto. E’ un oracolo che non spiega – l’oracolo del mito di Edipo – non spiega perché non è chiara la volontà degli Dei – non c’è Cristo ancora! C’è solo il destino! L’oracolo dice tante cose, ma non dice il perché, non dice il motivo del bene e del male.

Il re da retta all’oracolo – sa che l’oracolo è una cosa seria – però chiaramente non può capire quale giustizia ci sia dietro la sua voce. Fa bucare i talloni del figlio, li lega con un anello e comanda di portare legato Edipo sul monte Citerone perché muoia. Invece il servo si impietosisce di questo bambino e non lo uccide. Il bambino, Edipo, viene accolto dal re di Corinto, che si chiama Polibo, che di fatto lo adotta, ma senza dirgli che non è suo figlio naturale.
Ad un certo punto un ubriaco dice ad Edipo: “Guarda che tu sarai la maledizione della tua famiglia”. Anche lui si reca allora dall’oracolo di Delfi – viene proprio qui, nel mito, proprio a Delfi – e l’oracolo gli dice: “Stai attento perché tu ucciderai tuo padre e sposerai tua madre”. Edipo non può capire fino in fondo, perché non sa di non sapere chi è suo padre, e, proprio nel desiderio di fare il bene, scappa da Corinto, per allontanarsi da Polibo, perché ha paura di fargli del male, di ucciderlo, secondo l’oracolo. Edipo è un personaggio profondamente desideroso di fare il bene – se volete ha il libero arbitrio ma non ha la libertà, questa grande distinzione cristiana! Ogni uomo ha il libero arbitrio, ma se non sa cos’è il bene, più la vita va avanti, più si va ad “incasinare”, per usare una parola che usano i nostri ragazzi. Edipo per cercare di fare il bene, per non cadere nel peccato – ma lui non sa esattamente come, l’oracolo è misterioso – scappa dai suoi genitori adottivi e attraversando queste zone, ad un incrocio tra Delfi e Tebe – dice Sofocle – si imbatte nel suo vero padre Laio. Non sapendo che è suo padre, per sbaglio, gli calpesta i piedi con il carro, il re, in risposta gli dà una bastonata, Edipo si arrabbia o lo uccide. Arriva a Tebe senza sapere di aver ucciso il re di Tebe – appunto il padre era il re di Tebe. Passa del tempo e, a Tebe, troviamo un mostro terribile, la sfinge, che uccide tutti coloro che non sanno rispondere alle sue domande. La sfinge pone la famosa domanda “Qual è quell’essere che cammina da piccolo con quattro gambe, da adulto con due e poi con tre?” Edipo riesce a rispondere ed il mostro che infestava la città si getta da una rupe e muore. Edipo, allora, viene proclamato re da Creonte, come liberatore della città. Gli viene anche data in moglie la regina Giocasta, che in realtà è sua madre ed è l’incesto. Vedremo poi come Freud rilegge questa cosa. Ecco allora il dramma. Sofocle che lo racconta è profondamente credente. Il dramma di Sofocle – e dell’uomo greco – è che ha fede nel divino, crede negli dei, però gli dei non hanno spiegato chi sono, non hanno rivelato il perché. Edipo è come paralizzato perché più cerca di fare il bene, più si infila nel male, più cerca di trovare una via per vivere, più sceglie una via di morte.

Mentre è re di Tebe, arriva la peste perché gli dei puniscono l’incesto e il parricidio, ma nessuno può capire perché gli dei sono arrabbiati. Allora viene mandato di nuovo qualcuno a consultare l’oracolo qui a Delfi – è la terza volta – e l’oracolo dice: “Quando sarà cacciato l’uccisore del padre e colui che ha commesso l’incesto, allora la città sarà liberata dalla peste”.
Edipo comincia a cercare il responsabile indicato dall’oracolo delfico, comincia lui stesso a farsi promotore di questa ricerca perché vuole dare giustizia alla sua città e vuole placare gli dei che sono adirati. Alla fine arriverà un messaggero da Corinto, dirà che il re (il padre adottivo di Edipo) è morto. Allora Edipo è sollevato – “vuol dire che non ho nessuna colpa, l’oracolo si è sbagliato, io non ucciderò mio padre!” Il messaggero per rassicurarlo gli dice: “Non ti preoccupare, non avresti potuto comunque ucciderlo, perché quello non era il tuo vero padre, il tuo vero padre è il re di Tebe che è morto”. Mandano a chiamare il pastore che doveva ucciderlo sul Citerone e lui dice: “Sì, non ho avuto il coraggio di ucciderlo, l’ho venduto, è stato dato al re di Corinto, ma in realtà è il figlio del re di Tebe”. E il cerchio comincia a chiudersi.
Giocasta cerca di nascondere la cosa – è la madre che non vuole che il figlio capisca la verità – si rende conto che il figlio sta precipitando, che pian piano sta venendo fuori che lei ha avuto questo matrimonio incestuoso – tra l’altro sono nati dal matrimonio quattro figli che avranno tutti una disgrazia dopo l’altra: Eteocle, Polinice, Antigone e Ismene. Alla fine Giocasta si uccide, Edipo che era il saggio che aveva risposto alla sfinge, che era colui “che vedeva”, che era saggio, con una spilla della madre si colpisce gli occhi, si acceca. Infine viene allontanato dal regno.
Vedete, in questa storia c’è la domanda molto seria, molto grande: “E’ possibile la giustizia in questa terra? Se gli dei non dicono chi sono, se gli dei non dicono cos’è il bene, se gli dei parlano in maniera misteriosa, ci sarà mai una giustizia sulla terra?” Sofocle risponde che il volere degli dei è comunque santo, quindi Edipo deve comunque obbedire. E’ la “tuke”, il destino, la volontà ineluttabile degli dei che reggono il mondo. Edipo viene accusato, anche se in maniera poetica, del peccato della ?ß??? (ubris), della tracotanza. Lui ha violato la legge divina, ma l’ ha violata senza conoscerla, anzi proprio cercando di osservarla e fuggendo da dove pensava ci fosse il pericolo di infrangerla. Questa è la prima storia interessante. Ci dice un problem a in cui si trova il mondo greco. Cerca la sapienza, cerca la giustizia, cerca Dio, ma com’ è possibile trovare?
Ora un primo piccolo volo pindarico. Voi sapete che c’ è una rilettura freudiana molto interessante di questo mito, perché Freud parla del famoso “ complesso di Edipo” , qualcosa che tutti gli uomini vivono perché di fatto l’uomo e la donna, il padre e la madre, non sono paritari nel rapporto con il figlio. La madre, per il fatto che porta nel grembo, per il fatto che partorisce, per il fatto che al l atta, per il fatto di essere la prima persona che si occupa del bambino, ha un rapporto particolare con il bambino.
Siamo di nuovo ad una riflessione sulla vita che prescinde dalla fede cristiana, ad una riflessione sulla vita, a delle domande che vengono poste. Cosa avviene- ci fa riflettere Freud – quando l’ uomo, il maschio, il marito, non reclama per sé la moglie, non si “ intromette” nel rapporto madre-figlio, ma lascia che questo rapporto particolare divenga invece unico, sussista a prescindere dal fa t to che esiste una relazione precedente fra marito e moglie? Succede che si crea – dice Freud – quello che è il rapporto incestuoso madre– figlio, poiché il padre si allontana (o viene allontanato dalla figura femminile) e non ha più parola, non dice più ni e nte. Il padre “ viene ucciso” , messo da parte. Non necessariamente per colpa di qualcuno, poiché è un meccanismo che esiste e, se non se ne ha coscienza, si crea un legame troppo forte tra madre e figlio che può essere addirittura paragonato ad un rapporto incestuoso, sebbene non ci sia nulla di genitale. E’ il problema dell’ “ Edipo” , del complesso edipico – dice Freud
E’ interessantissimo notare che una delle parole giustamente centrali della morale cristiana è la parola “ castità” – noi siamo tutti chiamati alla castità . Ad una analisi filologica risulta che il contrario, l’ opposto etimologico, della parola “ casto” , è “ incestuoso” . Un rapporto non è casto quando tende a ripetere il meccanismo di fusione tra madre e figlio, che non è un meccanismo liberante, non è un meccanismo di crescita. E’ una dimensione molto interessante che aiuta a capire tanti problemi che noi abbiamo e l’importanza complementare dei ruoli della figura maschile e femminile per la crescita della persona.

Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esamin ate ogni cosa, tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male.Secondo ed ultimo volo pindaric o. Sapete che anche il cristianesimo primitivo avrà questa domanda seria: “ Come può l’ uomo capire la giustizia di Dio e la volontà di Dio?” S.Paolo si confronterà proprio con questo: “ Come può l’ uomo sapere cosa Dio vuole? E come può essere sicuro che que l lo che Dio vuole non è la perdizione umana, non è un inganno, non è qualcosa in cui il piano di Dio è sì rispettato ma attraverso un gioco in cui invece l’ uomo è perso, in cui l’ uomo è giocato in un gioco più grande di lui?” La risposta paolina e cristian a è basata sulla fiducia nella presenza dello Spirito Santo, lo Spirito di Cristo.
Paolo ne parla già nella sua prima lettera. Ne leggiamo solo alcuni piccoli brani, 1 Tessalonicesi 5, 19 – 22:

Notate la forza di queste parole: la posizione cristiana è che c’ è lo Spirito Santo ma non deve essere spento. Lo Spirito Santo parla in molti modi: ha parlato nei profeti, in piene zza nel Cristo, parla attraverso la Chiesa, attraverso i cristiani, attraverso i segni dei tempi, può parlare addirittura per mezzo di non cristiani, ma non deve essere spento, non deve essere annacquato. Bisogna seguire la sua voce quando parla. “ Non dis p rezzate le profezie” ! Sapete, c’ è il disprezzare ogni volta che un profeta – ma questo è tipico di tutta la Scrittura – dice qualcosa di nuovo, dice di convertirsi, dice di rinnovare, dice di seguire la volontà di Dio. La profezia nel cristianesimo, infat t i, non è tanto il sapere il futuro, il saperlo prevedere, ma è , piuttosto, il dire la parola di Dio su quello che avviene oggi perché l’ uomo segua la via del bene. Allora, dice S.Paolo, “ non disprezzate la profezia” .
Pensate a questa regola “ Esaminate ogni cosa e tenete ciò che è buono” . Pensate a che serietà , nel rapporto con la vita. Il cristiano è colui che esamina ogni cosa, non è precluso a niente e tiene ciò che è buono. Qualsiasi cosa buona ci sia, il cristiano l’ascolta, la fa sua. E’ interessato a ciò che avviene. E poi: “ Astenetevi da ogni specie di male” . L’ unica cosa da cui il cristiano si taglia veramente fuori, non è il nuovo, non è la profezia, non è lo Spirito Santo, ma è il male. Lì il cristiano si astiene, lì viene fuori. Ma tutto ciò che v iene dallo Spirito, qualunque cosa sia, quella realtà gli interessa.
Andiamo alla 1 Corinzi (tra poco andremo a Corinto) al capitolo 2, dove Paolo approfondisce ancora di più la riflessione sulla presenza dello Spirito Santo. Leggiamo 1 Cor 2, 10 – 16:

Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’ uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere s e non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato. Di queste cose noi parliamo, non con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito, e s primendo cose spirituali in termini spirituali. L’ uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito. L’uomo spirituale invece giud i ca ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno.
Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo dirigere?
Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo.

Qui c’ è un ragionamento molto interessante. Come nel rapporto tra gli uomini, io non posso sapere quello che pensa una persona se questa persona non mi racconta quello che lei è , così è di Dio. Io non ho accesso ad una persona, se non mi fermo ad ascoltarla, e, soprattutto, se lei non accetta di raccontarsi liberamente. Solo il suo sp i rito, la sua interiorità , sa chi è veramente, che cosa pensa, cosa soffre, quando e perché gioisce. E solo chi si fa attento alla sua voce capisce veramente chi è lei. Così , dice S. Paolo, è anche il Signore. Solo lo Spirito Santo di Dio sa cosa pensa ver a mente Dio e solamente chi accoglie questo Spirito Santo può capirlo. Ma – è questa la grande novità , perché fino a qui i Greci arriverebbero, fino a qui anche i Greci potrebbero essere d’accordo sostenendo che solamente chi conosce l’ oracolo di Apollo può capire il divino e l’umano – quello che è il passo ulteriore e decisivo che il cristianesimo fa è di dire che lo Spirito Santo è lo Spirito di Cristo. Lui ha lo Spirito e Lui lo dona agli uomini. Colui che conosce il piano di Dio, che conosce quella che è la Salvezza dell’ uomo, quello che è il bene dell’ uomo, è solamente Cristo. Solamente lo Spirito conosce Dio ed i segreti di Dio, ma questo Spirito è lo Spirito del Signore, lo Spirito di Cristo.
Il grande passo in avanti del cristiano non consiste nel parl are di tutto quello che è spirituale, ma nell’ identificare ciò che è spirituale con ciò che è cristiano. Tutti gli uomini cercano ciç che è spirituale. Ognuno, grazie a Dio, cerca la giustizia, il senso della vita, l’ amore, la carità , la speranza. La gran d e novità , la grande bellezza del Cristianesimo è che lo Spirito Santo lo porta Cristo. Il brano che abbiamo letto termina con questa frase fortissima “ Ora noi abbiamo lo Spirito di Cristo” . Chi è una persona spirituale? Chi ha Gesù Cristo! Questo fa tabul a rasa di tanti spiritualoidi di cui abbonda il mondo moderno. Gente che sta sempre sulle nuvole. Essere spirituali vuol dire essere in Cristo. Non vuol dire essere persone fuori di testa o persone di cui non si capisce che cosa dicano o cosa facciano. Pen s ate la forza delle conseguenze. S.Paolo dice: “ Per questo l’ uomo spirituale giudica ogni cosa” . Pensate a quanto oggi l’uomo rifiuti, a torto, il giudizio – quante volte si dice: “ Non si può giudicare” ! Invece S.Paolo dice che il cristiano giudica perché d ice quello che Cristo pensa. Serve un giudizio, una parola che dica: “ Questo sì , questo no” .
Un’ ultima conseguenza sulla quale riflettiamo, a questo proposito. Voi sapete che nella comunità di Corinto c’ era una grande confusione perché alcune persone dicev ano di avere “ il dono delle lingue” . C’ erano cioè delle persone, gli antesignani dei nostri carismatici moderni, dei pentecostali, che durante le preghiere si alzavano in piedi e parlavano in lingue che nessuno capiva e lodavano Dio. S.Paolo spiega molte c ose su questo, ma anche qui non possiamo affrontare tutto il discorso, ma solo vedere alcuni passaggi importanti. S.Paolo dice: “ Ci sono i doni delle lingue, non bisogna spegnerli. Però , se sono doni cristiani, vanno inseriti in un triplice contesto. Vedi a mo queste tre regole che Cristo ha dato per capire che senso ha parlare in lingue. La prima la troviamo in 1 Corinzi, nel famoso “ Inno alla carità” , al cap. 12, 31:

Aspirate ai carismi più grandi! E io vi mostrerò una via migliore di tutte.
Se anche parl assi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità , sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.
E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità , non sono nulla.
E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità , niente mi giova.
La carità è paziente, è benigna la carità ; non è invidiosa la carità , non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ ingiustizia, ma si compiace della verità . Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La c a rità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà . La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà . Quand’ero bamb i no, parlavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io s ono conosciuto.
Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità ; ma di tutte più grande è la carità !

Ma nell’adunanza dei fedeli preferisco dire cinque parole con la mia intelligenza per ist ruire anche gli altri che diecimila in virtù del dono delle lingue.Paolo ha il coraggio di parlare della transitorietà della scienza, delle profezie e dell’ interpretazione e ci dice che ciò che c onta, ciò che resta è la carità , che è il dono più grande, il dono che tutti devono vivere. Si capisce bene come la carità non sia semplicemente un distribuire delle cose, ma sia un atteggiamento di un amore profondo che ti dà l’interesse per l’altro, l’a p ertura, l’ accoglienza. Ma soprattutto questa carità è il lasciarsi istruire da Dio su cosa sia la carità . Io non amo che, nei matrimoni, la parola “ carità” di questo inno venga sostituita, come molti vogliono, dalla parola “ amore” . L’ espressione “ carità” n ella sua diversità dalla parola “ amore” a cui siamo più banalmente abituati, ci aiuta a conservare la memoria che ciò che noi sentiamo essere amore non lo è necessariamente, ma, anzi, deve essere misurato dall’amore di un terzo incluso, quello di Dio.
La p arola carità conserva il ricordo che c’ è una tensione tra quello che noi chiamiamo amore e quello che è l’amore come lo vuole e lo offre Dio. C’ è una distanza e noi dobbiamo crescere. Non sono identici. Noi chiamiamo amore una cosa, Dio chiama amore un’al t ra cosa. Bisogna colmare questo iato, bisogna crescere, non bisogna fermarsi. Il testo lascia chiaramente percepire che l’ amore nasce da Dio. S.Giovanni dirà che “ Dio è carità” , quindi chi vuole vivere la carità si misura su come Dio ama, si dona, ascolta , accoglie, salva. Tutto svanirà , perché tutto è imperfetto. Ogni profezia è imperfetta, anche quella cristiana, ma Cristo è la perfezione.
La seconda regola che Paolo introduce è che il dono delle lingue deve essere sottomesso alla profezia. Più che parla re in lingue è importante spiegare, perché se io spiego riesco ad amare, mentre se parlo in lingue questo serve solo a me. Questo lo troviamo nella 1 Corinzi 14, 19:

Qui S.Paolo fa una differenza. Lui dice che il dono delle lingue non va spento, ma la cosa fondamentale è il dono di chi spiega. Nella distinzione che lui fa c’ è come un’inversione di que llo che invece appare: il dono delle lingue è l’ultimo dei doni, il meno importante di tutti. Di sicuro, molto al di sopra c’ è la profezia, cioè chi aiuta l’altro a capire. Io non posso dire delle cose se l’altro non le capisce. Io devo nel nome di Dio, a m are talmente che devo permettere all’altro di capire. Se l’ altro non capisce, io non lo sto amando. Allora Paolo dice “ Io preferisco dire cinque parole della mia intelligenza e so che l’altro mi capisce, piuttosto che diecimila a vanvera per cui l’altro v i ene subissato di cose che non può comprendere.
L’ ultima regola è quella dell’ autorità , che è un altro dono fondamentale, dono apostolico, dono carismatico, dono dello Spirito Santo. Vediamo 1 Corinzi 14, 36 – 38:

E’ forse uscita da voi la Parola di Dio o è giunta a voi soltanto? Se uno crede di essere profeta o in possesso di doni spirituali, riconosca che quanto gli scrivo è un precetto del Signore, ma se qualcuno lo ignora, è ignorato da Dio. Dunque o fratelli miei, aspirate al dono della profezia e non vogliate impedire che si parli in lingue, tutto però si faccia decorosamente e con ordine.

Qui S.Paolo presenta questo grande carisma che è il carisma apostolico. Dice: “ Ma la parola di Dio viene forse da voi? E’ nata da voi, non l’avete ricevuta dagli ap ostoli? E forse gli apostoli l’ hanno data solo a voi?” E allora: “ Chi ha i doni deve riconoscere l’ autorità degli apostoli” . Se non la riconosce, sappia che lo Spirito Santo non riconosce lui. Al di sopra ancora del dono della profezia, c’ è il dono del ca r isma apostolico – episcopale – che è quello di insegnare la verità . La verità di un carisma – il carisma è sempre particolare – sta nella sua capacità di riconoscere il generale, il dono che c’ è al di sopra di lui, per tutti. Il vero carisma particolare n o n sarà mai contro quello che è la grande Chiesa, ma sarà sempre al suo servizio. Paolo dice: “ Se tu non riconosci la mia autorità , sappi che tu non sei riconosciuto nella successione apostolica” .
Ecco, sono delle riflessioni che possiamo portare nel cuore per comprendere anche solo la grazia della nostra situazione cristiana rispetto alla domanda dell’ uomo greco antico: “ Come si fa ad avere la conoscenza della volontà divina in questa terra, come possiamo noi sapere cosa gli dei vogliono da noi?”