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Il valore dell’ascesi nella spiritualità ortodossa

di Yannis Spiteris tratto da Id., Salvezza e peccato nella tradizione orientale, EDB Bologna 2006, pp. 256-257.

L’immagine di Dio, in noi ripristinata da Cristo, ha bisogno di purificarsi da tante scorie che ancora esistono dentro di noi e le impediscono  di manifestarsi in tutto il suo splendore. L’ascesi ha lo scopo, appunto, di farla risplendere  in noi sempre più nitida. Come afferma Gregorio di Nissa “ per ottenere questa beatitudine primitiva bisogna rifare a ritroso quella strada che si ha portato lontano dal Paradiso (Trattato sulla verginità, PG 46, 374 d). Si tratta, dunque, di un cammino in salita, che ci porta però a godere della libertà del cristo risuscitato e ci avvicina sempre di più all’uomo escatologico. Origene basa la necessità dell’ascesi su un principio  che la psicologia moderna ben conosce: no solo il peccato originale ma ogni peccato, anzi, ogni azione umana lascia nell’animo delle tracce. Queste hanno la forza di plasmare il carattere dell’uomo in bene o in male a seconda della loro entità. Naturalmente per Origene, come per gli altri padri, non si tratta di una semplice questione di psicologia ma è questione di ricostruire la vera natura dell’uomo, quella secondo la somiglianza con Dio, che il peccato deturpa.  Qui pure è la libertà umana che entra di nuovo in azione per costruire o  per distruggere:

“Tutto quello che noi facciamo – afferma Origene – in ogni ora, in ogni istante, imprime in noi un’immagine. Così noi dobbiamo esaminare i nostri atti uno per uno, provare noi stessi a proposito di quell’atto e di tale parola, per sapere se si dipinge nella nostra anima l’immagine del celeste o del terrestre” (Omelie sui Salmi XXXVIII, II, 2). Per Origene l’”immagine del celeste” è Cristo risuscitato, al quale ci conformiamo mediante il battesimo; l’”immagine del terrestre” è invece il diavolo, al quale ci confermiamo mediante il peccato. Quest’immagine che abbiamo per creazione  e per redenzione è la divinizzazione in germe; bisogna che essa diventi effettiva somiglianza con Dio attraverso un lungo processo spirituale, che comprende , oltre ai sacramenti  e alla preghiera il lavoro ascetico. Ritroviamo lo stesso pensiero in un altro passo dell’Alessandrino. L’ascesi è da lui paragonata al lungo e paziente lavoro di restauro di una pittura. Per avere l’immagine primitiva di un quadro, bisogna togliere le incrostazioni, i colori estranei. Così succede per l’immagine di Dio in noi. L’uomo, nonostante i suoi peccati, non può distruggere quest’immagine, le sue azioni malvagie creano piuttosto la sovrapposizione di altre immagini: l’immagine del terrestre si sovrappone a quella del celeste (Cristo in noi). Con l’aiuto di Dio, mediante il pentimento e l’ascesi, bisogna eliminare l’orribile immagine del terrestre per liberare lo splendore di Cristo. “Ascesi”, come si sa, deriva dal greco askesis, che significa esercizio, allenamento come quello dei soldati o degli atleti. Il cristiano è l’atleta di Cristo, che liberamente s’impone dei sacrifici per collaborare al raggiungimento della propria salvezza, per trasfigurarsi in cristo, operando in sé il processo di liberazione dalla schiavitù del peccato incominciato da  Cristo.