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La lettera ai Filippesi di San Paolo

di A. Lonardo da www.gli scritti.it passim    

Per introdurci alla riflessione sulla comunità cristiana di Filippi notiamo innanzitutto che il nome della città di Filippi, nella cultura classica, è legato alla battaglia omonima ed ai sogni di fantasmi che la prepararono.

Plutarco ci racconta, infatti, che a Bruto apparve il fantasma di Giulio Cesare, mentre si preparava ad attraversare i Dardanelli per scontrarsi con l’esercito anti-repubblicano di Antonio e di Ottaviano e gli disse: “Io sono il tuo cattivo Genio, o Bruto,. Mi vedrai a Filippi”. Il fantasma gli apparve di nuovo a Filippi e, benché non dicesse nulla, Bruto capì che era il presagio della sua fine. Quando fu per lui chiara la sconfitta a Filippi, si tolse la vita, suicidandosi con la spada.

Invece – ci dice Svetonio – nella stessa battaglia Ottaviano, sempre grazie ad un sogno, ebbe salva la vita, allontanandosi, sebbene malato, dalla tenda che fu poi circondata e presa dai suoi nemici.

Questi sogni leggendari ci riportano alla mente che c’è un segreto che riguarda la nostra vita. Qual è il segreto più importante che noi conosciamo? Se ci chiedessero qual è la cosa più importante, il segreto, la rivelazione più grande che ci è stata fatta, il momento più importante in cui Dio ci ha rivelato qualcosa, cosa risponderemmo? Paolo, su questo, ha idee chiarissime: il segreto più importante che gli è stato fatto conoscere è la vita di Gesù Cristo. Se domandiamo alle sue lettere: “Qual è il segreto a cui tieni di più?” è questa la risposta.

È  uno dei temi centrali delle lettere dette “della prigionia”, che sono la lettera ai Filippesi e le lettere agli Efesini, ai Colossesi e a Filemone – vengono chiamate lettere “della prigionia” perché in esse Paolo dichiara di essere imprigionato. Troviamo questa situazione, ad esempio, proprio nella lettera ai Filippesi – che fra l’altro è una lettera paolina sicuramente autentica – ai versetti 1,12 e seguenti:.

Ora, fratelli, desidero informarvi che le mie vicende sono risultate di vantaggio al vangelo a tal punto che le mie catene per Cristo sono famose in tutto il pretorio e altrove, e molti fratelli, fiduciosi nel Signore a motivo della mia prigionia, con più fierezza annunciano, senza timore, la Parola di Dio.

Alcuni certo predicano il Cristo mossi da invidia e da spirito di parte, altri invece con buona disposizione; gli uni annunciano il Cristo per amore, ben sapendo che io sono posto a difesa del vangelo, gli altri invece per ambizione, con slealtà, immaginando di aumentare il peso delle mie catene. Che me ne importa? Dopo tutto, o per pretesto o sinceramente, Cristo in ogni modo è annunciato. E di questo godo. Anzi continuerò a godere: so infatti che, grazie alla vostra preghiera e all’aiuto che mi darà lo Spirito di Gesù Cristo, questo gioverà alla mia salvezza.

C’è un passaggio di questa traduzione – è la Nuovissima Versione della Bibbia, diversa da quella della CEI – che è bellissimo: “Che me ne importa?” Vedete è una frase interrogativa con cui ci viene posto proprio questo problema: cosa è che importa veramente a S. Paolo?

S.Paolo è lontano da questa comunità, ma le scrive. Vorrebbe visitarla, la ama, le manda una persona a visitarla. Sa benissimo che non tutti i cristiani annunciano in maniera pura il Vangelo, ma a lui non importa, purché sia consciuto il nome di Cristo! Che differenza rispetto a tante situazioni di persone che parlano male degli altri cristiani solo per avre una giustificazione per allontanarsi dalla Chiesa: “Ah, ma quelli sono così, ma la Chiesa è così…!” Paolo, invece, si sente profondamente parte di questo popolo che spesso è ambiguo, ha persone meravigliose e persone che invece usano addirittura il nome di Cristo per vantarsene, per acquistare più potere. A lui interessa una cosa, che questo nome sia annunziato. E’ felice di questo. La sua gioia cresce ogni volta che c’è uno che parla di Gesù, che trasmette ad un altro questo nome.

Se leggiamo più avanti troviamo il famosissimo inno della Lettera ai Filippesi, ai versetti 2,5 e seguenti – l’abbiamo pregato tante volte nella preghiera della Liturgia delle ore. Ora lo leggiamo qui – pensate, in questi luoghi, da qualche parte dove sono queste rovine, i Cristiani leggevano queste parole, quando questa lettera arrivò loro la prima volta e si incontrarono tutti e la ascoltarono, letta ad alta voce da qualcuno come si faceva allora. E’ avvenuto veramente, storicamente tutto questo. Forse qui, forse più in là. Non sappiamo esattamente dove – dove sono ora le rovine di queste chiese, chi sa? – ma certo proprio qui vicino in questo paesaggio che vediamo. Sentiamo cosa dice:

Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,

il quale, pur essendo di natura divina,

non considerò un tesoro geloso

la sua uguaglianza con Dio;

ma spogliò se stesso,

assumendo la condizione di servo

e divenendo simile agli uomini;

apparso in forma umana,

umiliò se stesso

facendosi obbediente fino alla morte

e alla morte di croce.

Per questo Dio l’ha esaltato

E gli ha dato il nome

Che è al di sopra di ogni altro nome;

perché nel nome di Gesù

Ogni ginocchio si pieghi

Nei cieli, sulla terra e sotto terra;

e ogni lingua proclami

che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

Alcuni pensano che questo inno fosse addirittura un canto che si faceva nella comunità, cioè che Paolo riprenda un canto, un inno che era cantato o qui a Filippi o comunque in un’altra comunità. Qui appare questa parola, che è diventata poi importantissima nella teologia: la kénosi.

“3Umiliò se stesso, annientò se stesso”. Il Figlio di Dio non ha mai smesso di essere Dio, ma apparso in questa terra, non era manifesto immediatamente che avesse la gloria di Dio. Non veniva nella gloria, nell’immensità del suo splendore. Questo è il grande segreto! Il segreto è che dietro quell’uomo c’è veramente il Figlio di Dio, questo uomo sulla croce, sfigurato, uomo dei dolori, che conosce il patire, questo uomo è veramente il Figlio di Dio. Per questo Dio lo ha esaltato, per questo poi c’è stata la Resurrezione e c’è stata l’Ascensione al cielo. Il grande mistero, il grande segreto di cui Paolo parla continuamente – notate bisogna amare l’uomo Gesù ed è per questo per questo che chi non legge i Vangeli non sarà mai cristiano, è per questo che l’ignoranza delle Scritture è l’ignoranza di Cristo stesso – è che il Cristo concreto, terreno, è veramente il Figlio di Dio.

L’Apostolo Giovanni gli fa eco con una espressione sintetica e bellissima: “Chi va oltre e non si attiene alla dottrina di Cristo, non possiede Dio. Chi si attiene alla dottrina, possiede il Padre e il Figlio” (2 Gv 9), chi pensa che oltre Cristo umiliato ed esaltato ci sia qualcosa di più importante – vedremo poi che anche S. Paolo toglie ad una donna di Filippi, ad una donna che aveva delle visioni, i suoi stessi sogni – chi pensa che i suoi sogni siano più importanti di Gesù Cristo, comunque perde Dio.

Al di là di Cristo non c’è ulteriore mediatore, non c’è realtà che sia più importante di Lui, perché è Lui l’unico Figlio e l’unico Figlio fatto carne. Il tentativo perenne della gnosi e della New Age odierna, sempre rifiutato dalla Chiesa, è quello di dire che c’è un’ulteriorità, conosciuta solo da pochi “iniziati”, da pochi “illuminati”, che va oltre Cristo , che completa, che abbraccia l’opera del Cristo, apparentemente non negandolo, ma di fatto svuotandolo di significato (…)

Un’ultima cosa. S.Paolo nella lettera ai Filippesi – alcuni l’hanno chiamata proprio la “lettera della gioia”, dell’allegria – lui che è in Carcere – si discute molto se sia la prigionia ad Efeso o la prigionia a Roma; probabilmente è la seconda prigionia a Roma, cioè quando Paolo è nella zona del Foro Romano, da qualche parte, prima di essere ucciso, ed è per questo che nella lettera si parla del Pretorio, poi si salutano quelli della famiglia di Cesare, poiché probabilmente Paolo è circondato da alcuni cristiani di Roma e da Roma manda a Filippi questa lettera – invita tutti alla gioia, proprio perché questo segreto tutti ormai lo possiedono. Scrive: “Per me vivere è Cristo e morire un guadagno” in questa stessa lettera. Non ha neanche più paura di morire! Notate al versetto 4, 4 e poi di nuovo al 5 “Rallegratevi nel Signore sempre, ve lo ripeto ancora: Rallegratevi!”

E’ un invito ricorrente, lo trovate altre volte – “rallegratevi nel Signore sempre, ve lo ripeto ancora, rallegratevi”. C’è una insistenza sul fatto di essere sereni, in pace, in allegria. “La vostra affabilità, la vostra attenzione, la vostra disponibilità sia nota a tutti gli uomini”. Non ci sia divisione fra chi è nuovo, chi è vecchio – pensate a un pellegrinaggio come questo, ma a tutta la nostra vita, dove si lavora, dove ci incontriamo, in Parrocchia, dove si studia – ognuno sappia la vostra affabilità, sappia la vostra disponibilità, la vostra generosità, perché il Signore è vicino.

Ognuno conosca questa disponibilità dei cristiani a condividere questa gioia che è stata data loro. Non ci sia una sola persona che non parli della vostra accoglienza. Questo ritornare su questa pace, questa serenità che in questo segreto ormai conosciuto e dato, e noi, per questo, siamo, anche nelle catene, assolutamente tranquilli e sereni. Ed ora continuiamo la nostra visita.