home  »  Approfondimenti  »  La morte e l’inferno in alcuni Padri dell’Oriente

La morte e l’inferno in alcuni Padri dell’Oriente

da M. Gnezda, Un padre al giorno. Meditazioni per la vita quotidiana, Pardes, Bologna 2006, pp. 17.63 

Ricordare la morte

Ricordare la morte vuol dire morire ogni giorno, e il ricordo della dipartita implica un continuo cordoglio per la morte. Aver timore della morte è insito alla natura dacché è avvenuta la disubbidienza; averne tremore però è segno che non ci siamo convertiti da una vita di peccato; il Cristo ebbe timore e non tremore dinanzi alla morte, per manifestare apertamente le qualità delle due nature. Il pensiero della morte è necessario  nutrimento per ogni nostra attività come lo è il pane che fra tutti i cibi è quello più indispensabile. (Giovanni Climaco)

Questo passo tratto da La Scala del Paradiso di Giovanni lo Scolastico detto Climaco (della scala) proprio per questa sua opera che insegna a “salire verso Dio”, a scoprire la dimensione verticale della nostra esistenza, ci obbliga a riflettere su di un tema che l’uomo d’oggi tende sempre più a  svicolare. La morte per il cristiano resta motivo di paura. La “disubbidienza”, il distacco lacerante dell’uomo da Dio, che lo ha portato a illudersi di poter fare da sé, si scontra con l’angoscia della precarietà dell’esistenza che non riesce a superare. Ma qui l’autore fa una distinzione tutt’altro che speciosa: il timore della morte per il credente, così come fu per Cristo nei giorni della sua Passione, non può degenerare in “tremore”, ossia in una paura irrazionale, che non sa vedere oltre i limiti del corpo e del tempo.

Ecco allora il successivo passaggio: segno di un’avvenuta conversione, reale e profonda, diventa il quotidiano “ricordo della morte”; l’uomo si riscopre creatura amante della vita e per questo diventa operante, attivo, forte nelle tribolazioni e di fronte alle tentazioni. C’è inoltre una nuova capacità di dare una giusta misura alle cose e ai problemi. Il pensiero della morte diventa un “nutrimento necessario”, memoria di una Pasqua realizzata, di un superamento che non toglie però alla vita la sua straordinaria concretezza.

Il vero tormento dell’inferno

In quanto a me, io dico che quelli che sono tormentati nell’inferno lo sono dell’invasione dell’amore. Che c’è di più amaro e di più violento delle pene d’amore? Coloro che sentono di aver peccato contro l’amore portano in sé una dannazione ben più grande dei più temuti castighi. La sofferenza che il peccato contro l’amore mette nel cuore è più lacerante di ogni altro tormento. È assurdo pensare che i peccatori nell’inferno saranno privati dell’amore di Dio… Ma, a causa della sua stessa forza, agisce in due modi. Esso tormenta i peccatori, come succede quaggiù, che la presenza di un amico tormenta l’amico infedele. Ed esso fa gioire in sé quelli che sono stati fedeli. Tale è a mio avviso il tormento dell’inferno: il rammarico (Isacco di Ninive).

Sembra che i temi della vita dopo la morte e del giudizio siano stati emarginati, se non esclusi, dalle nostre catechesi, quasi che l’annuncio cristiano sia oggi proponibile solo in chiave storica e “umanitaria”. Anche per quanto riguarda la definizione d’inferno e di paradiso si fa fatica a riproporre l’argomento, forse anche perché è difficile uscire da rappresentazioni stereotipate o di cui non si sa più cogliere la valenza simbolica.

Un autore antico come Isacco di Ninive, monaco siriano del VII secolo, considerato uno dei maggiori scrittori spirituali dell’Oriente cristiano, sposta decisamente l’obiettivo e riconduce il tema della condizione finale sulla dinamica dell’amore di Dio.

Per Isacco l’amore “è donato senza divisione” e la memoria del suo rifiuto, il rammarico di averlo perduto per sempre diventa il vero “tormento dell’inferno”. Isacco non si serve di immagini fantasiose per rendere l’idea di questa condizione, ma si rifà all’esperienza delle relazioni umane: inferno e paradiso si predispongono per ognuno già in questa vita.