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La preghiera di Gesù e l’esicasmo

A. Lonardo, da www.gliscritti.it passim

Caratteristica del monachesimo dell’Athos e del monachesimo orientale in generale è l’esicasmo – dal greco “hesychia” che significa “pace, silenzio dell’unione con Dio”. Per raggiungere l’esichia si è affermata, nei secoli, la pratica della “preghiera di Gesù” – se questa espressione non fosse divenuta proverbiale diremmo “la preghiera a Gesù”, perché ha la caratteristica di rivolgersi direttamente a Lui. E’ la ripetizione continua della richiesta del cieco di Gerico: “Signore Gesù, Figlio di Dio, abbi pietà di me” – con l’aggiunta di “peccatore” nella tradizione slava. Questa preghiera ininterrotta vuole realizzare l’espressione paolina: “Pregate incessantemente”. Innumerevoli generazioni di monaci hanno pregato con questa preghiera. S.Simeone il Nuovo Teologo (949-1022) – di poco più giovane di S.Atanasio del monte Athos – viene ritenuto colui che ha insegnato la recita di questa giaculatoria al ritmo del cuore o del respiro, ma, in realtà, il testo che precisa questo metodo, “Il metodo della sacra preghiera e dell’attenzione”, è di 300 anni posteriore a lui. Fu S.Gregorio Sinaita, morto nel 1346, a stabilire saldamente questa pratica all’Athos. Dopo essere stato monaco in molti luoghi ed, in particolare, al Sinai, giunse all’Athos, trovandovi la preghiera in declino. Dal monastero di Grigoriu diffuse l’esicasmo. Fu poi S.Gregorio Palamas a diffondere ulteriormente l’esicasmo.

Gregorio Palamas

La dottrina spirituale dell’esicasmo si chiarificò attraverso la disputa fra Gregorio Palamas (da cui l’esicasmo è chiamato anche palamismo) e Varlaam il calabrese (maestro anche di Petrarca). Con Gregorio Palamas si schierarono anche il protos e Gregorio Sinaita. La diatriba durò molti anni (1331-1351). Per tre anni, prima di divenire arcivescovo di Tessalonica, Gregorio visse nel monastero di Vatopèdi all’Athos. La santificazione del Palamas (1368) fece assurgere l’esicasmo a dottrina ufficiale della chiesa ortodossa. Fondamentale per la teologia ortodossa è la dottrina di Palamas sull’energia increata che Dio fa vedere all’uomo e che gli dona. Per Gregorio c’è una distinzione reale (e non semplicemente nella nostra mente) tra l’essenza di Dio e le sue energie increate. L’essenza di Dio non è partecipabile all’uomo in quanto tale – altrimenti ciò distruggerebbe la differenza infinita fra la creatura ed il Creatore – ma se Dio partecipasse all’uomo solo qualcosa di creato – afferma Palamas – non si avrebbe la “divinizzazione dell’uomo”, la comunione reale tra il Creatore e la creatura. Dio comunica così all’uomo le energie increate. Così il teologo cattolico Y.Congar cerca di definire la posizione di Gregorio Palamas: “Per Palamas, noi diventiamo Dio, diventiamo increati per grazia. Dio fa partecipare la creatura non alla sua divinità in quanto tale – ciò è impossibile sia per noi (cattolici) che per Palamas – bensì a delle somiglianze delle sue perfezioni di essere e mediante la causalità che conferisce l’esistenza”. E’ la posizione tuttora sostenuta dai monaci dell’Athos e da essi ritenuta inconciliabile con la dottrina cattolica. Così si sono espressi i monaci athoniti in una lettera indirizzata al patriarca Bartolomeo I l’8 dicembre 1993: “Noi consideriamo come necessario che tra le differenze teologiche (tra la Chiesa ortodossa e la Chiesa cattolica) sia ugualmente sottolineato il tema della distinzione tra l’essenza e le energie in Dio e il carattere increato delle energie divine, perché se la grazia è creata, come sostengono i cattolici romani, la salvezza è resa inutile, come pure la deificazione dell’uomo, e la Chiesa cessa di essere una comunione di deificati, per cadere in una organizzazione legalistico-canonica” (Istina 40, 1995, 417). La posizione palamita lega a questo anche il rifiuto del Filioque. Lo Spirito, dal punto di vista della “teologia” procede dal solo Padre, mentre dal punto di vista dell’”economia” procede anche dal Figlio. Le energie increate sono comuni a tutte e tre le ipostasi, le persone divine, ma poiché seguono la “taxis” trinitaria si può anche dire che sono l’espressione immediata dello Spirito, che sono le energie dello Spirito. Per alcuni teologi (anche ortodossi), invece, questa distinzione reale in Dio, fra essenza ed energie comprometterebbe l’unità di Dio. E’, però, più importante, secondo il cattolico Y.Spiteris, che “togliendo ogni concettualizzazione e lasciando da parte la forte carica polemica” degli scritti di Palamas si cerchi di comprendere come la dipendenza temporale dello Spirito anche dal Figlio non sia senza relazione con la vita intratrinitaria. Due spiragli sono offerti ad una conciliazione delle posizioni dagli stessi scritti di Palamas, dove afferma, da un lato, che, poiché le energie sono eterne, è fin dall’eternità che il Figlio possiede il dono, ricevuto dal Padre, di inviare lo Spirito e, dall’altro, che lo Spirito è il mutuo “eros” tra il Padre e il Figlio, eros che anch’Egli, il Verbo, rivolge al Genitore, ma avendolo da Lui. E’, comunque, evidente la necessità di un approfondimento del perché la tradizione cattolica, a partire dal pensiero di S.Tommaso d’Aquino, affermi l’esistenza della grazia creata e del perché la teologia ortodossa palamita, invece, la neghi.

 L’Athos ed il cattolicesimo latino

Sebbene la crisi iconoclasta contribuì ad allontanare l’Oriente e l’Occidente, nondimeno l’Athos nasce e si sviluppa nel momento in cui ancora la Chiesa è unita. Nel 1054 (anno dello scisma d’Oriente) è ancora, infatti, intatta la relazione tra l’Athos e l’Occidente. Non vengono cacciati i monaci benedettini del monastero degli amalfitani e gli igumeni di quel monastero continuarono a firmare gli atti del monte Athos. Il monastero degli amalfitani fu fondato da Leone di Benevento e, fino al 1045, fu il secondo monastero in ordine di importanza all’Athos. Fu soppresso nel 1287. La situazione divenne disastrosa dopo la IV crociata che, dai veneziani, fu deviata su Costantinopoli. La capitale imperiale fu presa e saccheggiata, fu creato un impero latino ed un principe ed un patriarca latino furono nominati. Dopo la VI crociata (1228-1229), il vescovo latino di Sebaste, nominato responsabile dell’Athos, chiese ingiuste tasse finché fu obbligato alle dimissioni. Gravi violenze ci furono al tempo in cui Michele VIII Paleologo riconquistò Costantinopoli (1261), perché i suoi partigiani, favorevoli ad una politica di avvicinamento a Roma, anche per motivazioni strategiche poiché il papa frenava Carlo d’Angiò nemico di Bisanzio che era così più libera di difendersi dal sultanato di ar-Rum, dai Bulgari e dai Serbi, cercarono di costringere violentemente i monaci a questa politica (molti martiri furono uccisi e lo stesso protos Cosma fu trovato ucciso, durante l’incendio della chiesa del Protàton, provocato dagli “unionisti”). L’unione di Lione (1274) caldeggiata da Michele VIII Paleologo e dal patriarca Bekkos non fu maturata dal popolo e dai monaci. L’Athos fu uno dei focolai principali di resistenza ad essa. Non pochi monaci furono uccisi ed altri, come Niceforo l’Athonita, esiliati. Man mano che la pressione turca aumentò su Costantinopoli, crebbe la coscienza della necessità di una alleanza almeno politica e militare con l’Occidente cristiano [9]. Nel 1438 fu addirittura l’imperatore Giovanni VIII, con il patriarca Giuseppe e molti metropoliti e monaci a presentarsi per l’indizione del Concilio a Ferrara [10]. Il Concilio si spostò l’anno successivo (1439) a Firenze, dove, solennemente, il 6 luglio fu proclamata l’unione. Della delegazione facevano parte anche tre superiori di monasteri ed altri quattro monaci in rappresentanza del monachesimo di Costantinopoli e dell’Athos [11]. Ma essa non produsse gli effetti sperati. Non ci fu la possibilità di un intervento militare occidentale in aiuto ai bizantini e, al ritorno in patria, l’imperatore ed il clero unionista trovarono una resistenza accanita degli anti-unionisti. Addirittura il greco Isidoro, che era stato nominato metropolita di Mosca, fu deposto dal granduca moscovita che, da allora, non accettò più designazioni da Costantinopoli, ma, anzi, si avviò verso una piena autonomia (alla caduta di Costantinopoli Mosca diverrà la “terza Roma”, dopo, appunto, Roma e Costantinopoli, divenendo patriarcato). Gli antiunionisti si rifiutarono per 13 anni di entrare per la liturgia nella Grande Chiesa della Santa Sapienza (Santa Sofia), perché la comunanza con gli unionisti li avrebbe resi impuri. Quando fu il momento di preparare l’elezione di un nuovo patriarca, fra i tre candidati vi era il monaco Gennadio, superiore di Vatopèdi all’Athos, avverso all’unione (ma non fu scelto). La maggioranza dei monaci, ma non la totalità era avversa all’unione. Solo il pericolo incombente dell’assedio turco spinse l’imperatore d il popolo a sostenere con più vigore l’unione. Il 12 dicembre 1452 in Santa Sofia, con una solenne liturgia fu celebrata l’unione con la presenza dei greci unionisti e dei latini. Da quel giorno, fino alla caduta di Costantinopoli, il nome del papa e del patriarca furono ricordati insieme nella liturgia. Il 29 maggio Costantinopoli cadde nelle mani dei turchi. Gennadio, leader del partito antiunionista, fu nominato patriarca dai Turchi, ma non potè mai più celebrare in Santa Sofia, resa ormai moschea dagli ottomani. Anche oggi molti monaci sono strenui avversari dell’ecumenismo. Alcuni monasteri rifiutano il calendario gregoriano adottato dal patriarca di Costantinopoli ed in alcuni monasteri dell’Athos si usa ancora il calendario giuliano. Anche gli atti di riconciliazione di Paolo VI e del patriarca ecumenico di Costantinopoli Athenagoras, con la revoca delle antiche scomuniche, non sono stati accolti ufficialmente dai monasteri, ma solo da singole figure di monaci.