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Meditazione alle rovine dell’Areopago

di don Andrea Lonardo

Iniziamo ricordando un fatto recente che ha una sua importanza grande, anche se molto semplice. Qui, all’Areopago, è stato il Papa di recente. Avete visto le foto di Giovanni Paolo II con l’icona di S.Paolo addossata qui a questa parete, durante il suo viaggio in Grecia. E’ il momento, in cui ha voluto rendere omaggio a questo luogo, alla città di Atene, a tutta la storia di fede che i cristiani greci hanno vissuto e che prosegue e continua tutta la tradizione paolina.
Paolo è stato qui veramente. E’ un altro di quei luoghi assolutamente storici. Sicuramente ha visto dall’alto l’Agorà ed i Templi che sono qui ai nostri piedi e, sicuramente ha osservato con attenzione il Partenone che è proprio qui davanti a noi, sull’Acropoli.

Come è abitudine dei nostri pellegrinaggi privilegiamo i panorami proprio per portare nella memoria quelli stessi orizzonti che gli uomini della Storia Sacra hanno abbracciato con il loro sguardo. Tanti particolari sono cambiati nei secoli, ma non l’ambientazione generale che è qui anche davanti al nostro sguardo come 1950 anni fa dinanzi a quello di S.Paolo. Da qui Paolo sarà probabilmente salito al Partenone, ma di questo non siamo sicuri. Sicuramente è stato, invece, giù in basso, dove vedete la Stoà, che prende il nome dal porticato che la ornava e la orna tuttora. E’ lì che è nato lo stoicismo con Zenone di Cizio. Zenone, anche lui, insegnava proprio qui sotto. S.Paolo – ci raccontano gli Atti – ha parlato prima nella Stoà, nell’Agorà e poi è stato portato qui, all’Areopago, proprio come a celebrare un processo alla nuova dottrina del cristianesimo. L’Areopago era appunto il luogo in cui la tradizione classica situava il primo processo di Oreste. Questa tradizione fondava l’essere questa collina il luogo del tribunale ateniese. Paolo è stato portato qui come a fargli simbolicamente un processo, per sentire cosa aveva da dire su Dio, per interrogarlo e sentire le sue risposte. Leggiamo la prima parte da Atti 17, 16:

Mentre Paolo li attendeva ad Atene, fremeva nel suo spirito al vedere la città piena di idoli. Discuteva frattanto nella sinagoga con i Giudei e i pagani credenti in Dio e ogni giorno sulla piazza principale con quelli che incontrava. Anche certi filosofi epicurei e stoici discutevano con lui e alcuni dicevano: “Che cosa vorrà mai insegnare questo ciarlatano?” E altri: “Sembra essere un annunziatore di divinità straniere”; poiché annunziava Gesù e la Risurrezione. Presolo con sé, lo condussero sull’Areopago e dissero: “Possiamo dunque sapere qual è questa nuova dottrina predicata da te? Cose strane per vero ci metti negli orecchi; desideriamo dunque conoscere di che cosa si tratta”. Tutti gli Ateniesi infatti e gli stranieri colà residenti non avevano passatempo più gradito che parlare e sentir parlare.

Paolo arriva ad Atene. Come sempre il suo primo centro di attività è la Sinagoga, nel quartiere ebraico. Però oltre a parlare nella sinagoga, proprio perché è l’apostolo dei pagani, si reca nella piazza principale, nell’Agorà e, passeggiando, dove c’erano le scuole a pagamento degli epicurei e degli stoici, comincia a discutere con loro. Qui c’è un’affermazione molto interessante che dice almeno una curiosità iniziale: “Non c’è occupazione più interessante per gli ateniesi che parlare e sentir parlare”. C’è questa passione nel capire le cose, frutto della storia della filosofia. Questa ricerca intellettuale nel periodo ellenistico era anche derisa da molti, perché la civiltà ateniese non era più così fiorente, soprattutto dopo la conquista romana, però c’erano molti maestri a pagamento, segno quindi che continuava ad essere di moda mandare i giovani a studiare qui. Mi sembra interessante parlare anche di cosa succedeva qui prima di Paolo, perché noi dobbiamo renderci conto alcune posizioni che dopo Cristo possono non avere più senso, prima di Cristo, invece, erano la massima comprensione della vita che l’uomo potesse realizzare in terra. Alcune affermazioni dei filosofi di allora possono essere oggi ripetute ed è una tragedia che siano mantenute immutate adesso, dopo la luce e la verità portata da Gesù Cristo, ma prima del cristianesimo è veramente difficile pensare come sarebbe stato possibile spingersi ancor più in là nella ricerca filosofica ed esistenziale.
Paolo incontra gli epicurei e gli stoici. Quando si parla degli epicurei bisogna affrontare un grande fraintendimento. Per la gente che non capisce niente della filosofia – e del piacere! – epicureo vuol dire uno che è “porcus”, uno godereccio, uno che è un porcello. Vi leggo, invece, un testo che viene proprio da Epicuro, per dirvi la serietà della riflessione che c’è dietro – e il Cristianesimo non disprezza queste riflessioni fatte prima che Cristo venisse nel mondo. Diceva Epicuro nella lettera a Meneceo che ogni uomo ha bisogno di essere felice e che, per essere felici, bisogna capire che cosa è il piacere. La distinzione epicurea più grande è quella fra il piacere e la felicità. Epicuro diceva con forza che il piacere e la felicità sono due cose diverse – esattamente il contrario del pensiero che la nostra gente gli attribuisce. Per essere felici bisogna entrare in una scala di piaceri sempre più raffinata ed elevata, per giungere ai piaceri spirituali. Queste alcune parole di Epicuro:

Pensate nella nostra mentalità c’è, a volte, quest’idea che il piacere è negativo e che Epicuro era un porco. Pensate invece che la filosofia di Epicuro arriva a dire che per essere felici e per provare piacere, bisogna essere saggi, virtuosi, capaci di scegliere il bene ed onesti.Quando diciamo che il piacere è il nostro fine ultimo, noi non intendiamo con ciò i piaceri sfrenati e nemmeno quelli che hanno a che fare col godimento materiale, come dicono coloro che ignorano la nostra dottrina o che non sono d’accordo con essa, o che la interpretano in senso sbagliato. Il piacere che noi prendiamo in considerazione è assenza di sofferenza corporea e di affanni dell’anima. A rendere felice la vita non sono le abbondanti libagioni né le continue orge, i piaceri tra giovani e donne, le succulente vivande che offre un sontuoso banchetto, ma l’attenzione vigile dell’intelletto che indaga minuziosamente i motivi di ciò che bisogna scegliere e di ciò che bisogna evitare e che respinge le stolte opinioni ad opera delle quali il peggiore turbamento si impadronisce delle anime. Di tutto ciò, la saggezza è il principio; ed è il più grande di tutti i beni. Per questo essa è ancora più preziosa che la filosofia, perché è principio di tutte le altre virtù e c’insegna che non si può essere felici senza essere saggi, onesti e giusti. Le virtù, in realtà, sono un’unica cosa con la vita felice e questa è inseparabile da esse.

Abbiamo parlato altre volte del piacere. Dio ha fatto il piacere non perché venisse evitato. Piuttosto per essere provato veramente in pienezza il piacere deve essere compreso in un discorso più ampio di bene. Una persona che ha un rapporto sessuale con una persona che non ama, sta male dopo, si sente vuota, ma non perché la sessualità è un piacere e dunque è sporco, ma perché quel piacere non ha quella virtù, quel discorso più ampio che è il senso di quello che tu vivi. Solo se è abbracciato dall’amore il piacere provato non si risolve nel suo contrario, non svela poi l’illusione di una comunione che è stata solo apparente. Il piacere è come un dito di trascendenza, un dito che indica sempre qualcosa che lo supera, che va oltre. Proprio perché finisce, perché è momentaneo. Proprio per questo domanda sempre: “Cosa c’è dopo e oltre me?” Se non c’è altro – se non c’è amore, non c’è senso – ecco che il piacere si vede condannato ad una maggiorazione progressiva – perché deve comunque superarsi – ad una escalation di esperienze sempre nuove, sempre più strane. E’, fra l’altro, l’esperienza terribile dell’alcool e della droga, la cui dose precedente non è più sufficiente la volta successiva. Se, invece, il piacere è abbracciato dal senso, dall’amore, ecco che non si esaurisce con la fine dell’acmè, ma continua nella tenerezza, nella pace, nell’amore, superandosi in essi. Epicuro aveva questa sapienza di dire che l’uomo che cerca il piacere, arriverà alla virtù, arriverà alla saggezza e quindi arriverà alla felicità. Perché il piacere non basta a se stesso. Solo chi è un incapace nel piacere, chi è un principiante nell’arte del piacere, si fermerà alle cose stupide. Pensate, che sapienza immensa! Il piacere non va rifiutato, non è male, ma va capito, per poter essere vissuto bene. Proprio perché non può essere fine a se stesso, porta in sé la domanda sul fine della vita e dell’amore. Qui è la felicità ed il piacere è vissuto bene quando conduce alla felicità. Siamo veramente dinanzi a delle vette. Davanti al Partenone dobbiamo veramente, da un lato, inchinarci e dire: “Ma come faceva l’uomo a trovare armonia, felicità, senza avere ancora Cristo!
Abbiamo poi lo Stoicismo. Epicuro è precedente allo stoicismo, ma ai tempi di Gesù era molto diffusa la dottrina epicurea, soprattutto a Roma, ma anche qui asd Atene se ne parlava continuamente. Vediamo questa seconda corrente con cui S.Paolo si confronta. E’ lo Stoicismo, il cui capostipite spirituale è Zenone di Cizio che insegnava nella Stoà, in questo portico di Atene.

Lo Stoicismo era una dottrina che rifiutava la materia – era questo il suo limite – e in nome della vittoria sulla materia cercava un cammino spirituale. S.Paolo cita proprio un passo di uno stoico, “L’inno a Zeus” di Cleante, quando dice: “In Lui noi ci muoviamo, esistiamo e siamo”. In questo inno stoico il politeismo antico si è trasformato sempre più in un monoteismo. Si afferma che Zeus abbia il suo nome – Zeus appunto – ma che in realtà non sia importante il suo nome. Il nome è soltanto un’immagine. L’uomo ha sempre più spiritualizzato, con lo stoicismo, l’idea di Dio per arrivare all’unità, alla sua semplicità. Questo inno a Zeus, che poi verrà citato da Paolo, dice così:

Gloriosissimo tra gli immortali, dai molti nomi, sempre onnipotente, Zeus principio della natura che tutte le cose reggi e governi, salve. E’ giusto infatti che tutti i mortali si rivolgano a te, poiché da te siamo nati, avendo in sorte gli uomini l’immagine di Dio, noi soli fra quanti esseri mortali vivono e si muovono sulla terra perciò a te voglio inneggiare e sempre cantare la tua forza, a te questo cosmo tutto che si volge intorno alla terra, obbedisce ovunque tu lo conduca e di buon grado a te si sottomette. Quale servitore nelle tue mani invincibili la folgore a doppio taglio, infuocata e sempre viva, sotto il suo colpo cadono tutte le opere della natura e, con essa dirigi il comune logos che in ogni cosa si aggira mescolandosi all’astro più grande e a quelli più piccoli.

Qui c’è il nucleo della dottrina stoica, cioè l’affermazione che questo Dio che è unico, che è la sapienza di tutto, ha un logos che si diffonde in tutte quante le realtà. Massimamente nell’uomo ma poi in tutta la natura, nelle folgori, negli astri grandi e negli astri piccoli. Notate questo diventerà invece il dramma – lo vedremo fra poco -0 quando arriverà Gesù Cristo e dirà di essere lui solo il “Logos”. L’uomo stoico pensa di trovare Dio nella natura o nelle cose, nella realtà spirituale di esse, ma non potrebbe immaginare ed accettare l’Incarnazione del Logos in un uomo concreto!
Eppure a quei tempi era il massimo di sapienza a cui si potesse giungere: percepire un’unità, un disegno, una provvidenza di Dio, che parte da Dio e abbraccia qualsiasi cosa e persona.

Nulla avviene sulla terra senza di te, o nume, né sotto la divina volta celeste né sul mare, tranne quanto compiono i malvagi nella loro demenza.

L’unica cosa che Dio non riesce a plasmare con il suo logos, è la stupidità, la demenza, la follia di coloro che compiono il male.

Ma tu sai rendere perfette anche le cose smodate e ordinare le cose disordinate poiché ciò che non è amico diventa per te amico.

Ecco c’è un’intuizione di chi è Zeus, di chi è l’assoluto.
E Paolo comincia a parlare con loro.
Un ultimo passo tratto dai filosofi antichi, per comprendere anche il limite delle loro posizioni. Dice così Lucrezio, che è un dei filosofi che, a Roma, si ispiravano al pensiero epicureo. Quando affronta il tema se gli dei intervengano nelle cose della terra – perché l’epicureismo diceva che gli dei esistono, ci sono, ma siccome sono felici, non si occupano degli uomini; non interessa loro la storia umana proprio perché sono felici, siamo noi che dobbiamo pensare ad essere felici – scrive così:

Quale differenza con l’incarnazione, con il mistero del Dio fatto uomo, per la salvezza degli uomini!Quali vantaggi in effetti la nostra gratitudine può mai elargire a degli esseri che sono beati e immortali perché si debbano decidere a fare qualcosa per noi, che novità poté mai dopo una sì lunga inattività, attrarli si che volessero mutare l’antica esistenza. Cioè che cosa può spingere un Dio del cielo a venire ad occuparsi, lui che è beato, immortale, felice, di quello che è la nostra terra.

Continuiamo a leggere il testo degli Atti e vediamo cosa succede in questo contesto in cui Paolo parla con queste persone, con gli epicurei e questi stoici. Essi lo conducono qui su, sul colle dell’Areopago:

Allora Paolo, alzatosi in mezzo all’Areopago, disse:
“3Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli dei. Passando infatti e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un’ara con l’iscrizione. Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio. Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio, perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto: Poiché di lui stirpe noi siamo.
Essendo noi dunque stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’immaginazione umana. Dopo esser passato sopra ai tempi dell’ignoranza, ora Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi, poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato; dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti”.
Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: “Ti sentiremo su questo un’altra volta”. Così Paolo uscì da quella riunione. Ma alcuni aderirono a lui e divennero credenti, fra questi anche Dionigi membro dell’Areopago, una donna di nome Dàmaris e altri con loro.

Comincia questa riunione, simile ad un processo e S.Paolo comincia citando questo inno che abbiamo appena letto, questo inno a Zeus. Parla poi di questo altare al Dio ignoto – era usanza comune allora, guardate, ad esempio, il Pantheon a Roma che era dedicato a tutti gli dei, anche a quelli sconosciuti, per essere sicuri di non dimenticarne alcuno, oppure proprio all’altare al Dio ignoto, che è al Lapidario del Palatino di Roma; si faceva un altare anche per le divinità di cui non si sapeva il nome, per essere sicuri che Dio fosse comunque onorato. Paolo interpreta questa espressione in una maniera ancora più profonda dicendo: “Voi avete un altare al Dio ignoto perché voi non sapete, fino in fondo chi è Dio, voi intuite qualcosa di molto grande, però in fondo non arrivate veramente a capire fino in fondo chi è veramente Dio, non sapete chi è Lui, vi è ignoto”. Interpreta la dedicazione di questo altare “al Dio ignoto” come una non piena comprensione del mistero di Dio. Paolo VI riprese questo passo alle Nazioni Unite quando, per la prima volta, un Papa andò a New York a parlare all’ONU. Disse appunto: “Quel Dio che voi non conoscete, noi lo annunziamo a voi”. Questo Dio non conosciuto che però ha chiesto agli uomini di cercarlo come a tentoni – pensate quando uno si muove al buio, in una stanza buia; l’uomo ha sempre cercato il bene comunque, ha cercato il piacere, la felicità, ha cercato la verità, la bellezza, ma, appunto, a tentoni, senza riuscire a trovarlo.
Dio ha fatto l’uomo perché non potesse non cercare Dio anche se Cristo ancora non era stato donato. Da quando l’uomo è stato libero e ha pensato, ha cercato di capire chi era questo Dio. Ma ora, e qui c’è il grande salto, Paolo dice: “Voi non dovete pensare che Dio sia come la vostra arte o la vostra immaginazione lo rappresentano”. Pensate a cosa Paolo aveva dinanzi, quando parlava di arte e di immaginazione – qui lo capiamo benissimo! Aveva in mente il Partenone, le statue delle divinità, queste cose meravigliose, Fidia, queste realtà bellissime, queste sculture.
Ma proprio qui è lo scandalo cristiano! “Dio ha deciso oggi di mandare un uomo che è suo Figlio che giudicherà tutti e la prova di questo è che Lui è risorto dai morti”. Tutto quello che Dio è, tutta la bellezza, la saggezza, il piacere, la felicità, l’uomo dove lo trova? Lo trova accogliendo Gesù Cristo, nella sua carne. C’è proprio l’espressione “uomo”, che è fortissima. “Questo uomo Gesù Cristo” è la rivelazione di Dio e non il Partenone e non tutta l’arte e tutta la filosofia! Ecco lo scandalo, ecco l’annuncio!

Questo è ancora il dramma di oggi. La New age, che cosa fa? Relativizza Cristo! Ritiene che le sue idee su Dio – infinitamente più banali di quelle della grecità classica – siano meglio dell’incarnazione di Cristo. Le energie, i pensieri, gli angeli, quello che io sento, quello che dice il santone x o y.
Quello che prima era il massimo che l’uomo potesse fare – cercare Dio come a tentoni – oggi è la rovina dell’uomo, quando l’uomo riprende a farsi una sua idea di Dio che è banale, che è superficiale, che è di plastica, che è fatta di concetti orientali passati attraverso la semplificazione di sette americane. E l’uomo non si rende conto che quest’uomo, Gesù, è veramente la pienezza della rivelazione di Dio. Qui c’è proprio tutto il cristianesimo.
S.Paolo dice da un lato: “Dio non è lontano da voi”, ma, dall’altro, sa bene che però non è sufficiente dire questo. Molti direbbero: “Dio è in me, quindi io provo qualcosa, io sogno qualcosa, io vedo qualcosa, ecco, Dio è nella mia visione, nel mio sogno, nel mio pensiero, nella mia emozione”. S.Paolo dice invece: “Dio non è lontano da voi, ma Dio ha mandato quest’uomo con la sua prova sicura che è risuscitarlo dai morti.” E’ solo Lui che resuscita dai morti, il contrario di quello che diceva Lucrezio, che Dio non può venire a curarsi delle cose degli uomini. E dinanzi a questo annunzio che appunto è il Cristo completo che è il Cristo fuori di noi e solo dopo dentro di noi, noi capiamo la gente che dice: “Ci sentiremo un’altra volta”. Alla gente questo annunzio non interessa. Dicono: “Sì, ne parliamo domani. Adesso ho altre cose da fare più importanti”. Molte di queste persone non si lasciano toccare dall’annunzio di Cristo, altre invece prendono in giro Paolo: “Ma Cristo non è risorto, ma sono stupidaggini, ma cosa vuoi venirci a dire a noi, che esiste la resurrezione?” C’è la derisione da subito. Invece Dionigi l’Areopagita e Damaris sono i primi due credenti di Atene. Essi accolgono l’annuncio che questo uomo è veramente il Figlio di Dio mandato da Dio stesso per la nostra Salvezza ed è la luce di ogni vita.
Ecco, tutto questo è avvenuto proprio qui. Non sappiamo esattamente com’era costruito l’Areopago, però tutto questo è avvenuto in questo luogo, dopo che Paolo era stato cacciato da Tessalonica. Da qui Paolo ripartirà poi per raggiungere Corinto, dove già siamo stati.