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La chiesa di Corinto

di fra Mirko Montaguti

Nel II secolo, i cristiani cominciano ad essere molti, ma ancora una minoranza. Sono già iniziate le prime persecuzioni, ma ci sono anche lunghi periodi di pace, anche se sempre con l’impressione di essere un po’ “diversi” e di non essere accolti fino in fondo dai non cristiani. Eppure resta la certezza di essere in mezzo alla gente e di avere, come cristiani, qualcosa di molto importante da dire… La lettera a Diogneto è un testimone di questo periodo:

I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. […] Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale.

Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. […] Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati. […] Sono uccisi, e riprendono a vivere. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano. Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. […] Sono ingiuriati e benedicono; sono maltrattati ed onorano. Facendo del bene vengono puniti come malfattori; condannati gioiscono come se ricevessero la vita. Dai giudei sono combattuti come stranieri, e dai greci perseguitati, e coloro che li odiano non saprebbero dire il motivo dell’odio.

A dirla in breve, come è l’anima nel corpo, cosi nel mondo sono i cristiani. L’anima è diffusa in tutte le parti del corpo e i cristiani nelle città della terra. L’anima abita nel corpo, ma non è del corpo; i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo. L’anima invisibile è racchiusa in un corpo visibile; i cristiani si vedono nel mondo, ma la loro religione è invisibile. La carne odia l’anima e la combatte pur non avendo ricevuto ingiuria, perchè impedisce di prendersi dei piaceri; il mondo che pur non ha avuto ingiustizia dai cristiani li odia perchè si oppongono ai piaceri. L’anima ama la carne che la odia e le membra; anche i cristiani amano coloro che li odiano. L’anima è racchiusa nel corpo, ma essa sostiene il corpo; anche i cristiani sono nel mondo come in una prigione, ma essi sostengono il mondo. L’anima immortale abita in una dimora mortale; anche i cristiani vivono come stranieri tra le cose che si corrompono, aspettando l’incorruttibilità nei cieli. Maltrattata nei cibi e nelle bevande l’anima si raffina; anche i cristiani maltrattati, ogni giorno più si moltiplicano. Dio li ha messi in un posto tale che ad essi non è lecito abbandonare.

Ecco quello che poteva sperimentare un cristiano dei primi secoli: “ho scoperto il segreto della vita, ciò che mi permette di interpretare la mia esistenza in modo denso di senso; eppure tanti uomini non capiscono la bellezza di questa mia fede, anzi mi guardano strani; non mi è possibile parlarne, ma posso sì viverla, nel segreto del mio rapporto con Dio e nella testimonianza dei frutti che la fede mi dona: bontà, pace, serenità, altruismo. Il segreto è nel vivere davvero la fede con tutte le conseguenze anche pratiche che essa comporta, dando il tempo al seme di germogliare, al lievito (poco e nascosto in tanta pasta) di far fermentare…”.

Quello che Gesù chiamava “lievito nella pasta”, la lettera a Diogneto lo chiama “anima” nel corpo. All’epoca il pensare comune era infarcito di filosofia platonica, la quale descriveva l’anima dell’uomo come l’unica cosa importante e duratura, mentre il mondo era un insieme di illusioni e il corpo semplicemente la prigione dell’anima. Questa visione dualista portava a opposte conseguenze: o ci si dava allo spiritualismo più estremo (nel completo disinteresse delle realtà terrene) o al materialismo più spinto (posso usare del mio corpo come mi pare, tanto non è esso la realtà definitiva). Rischi grossi, gli stessi che può correre un cristiano oggi: anche noi spesso non diamo sufficiente valore alle realtà del nostro corpo e del mondo, dimenticandoci che Dio ha preso un corpo e ha voluto camminare su questo mondo…

La lettera a Diogneto sfrutta il paragone anima/corpo così come comunemente lo si intendeva all’epoca per ribaltarlo da dentro. Anima e corpo sono come il cristiano e il mondo. La vita del cristiano dentro il mondo lo cambia, lo nobilita; da dentro lo spinge verso una redenzione piena. È tempo di smettere di pensare che esiste una salvezza solo per me; la salvezza è per tutti e, se l’hai scoperta, sei chiamato a diffonderla, come te ne viene data la possibilità. A quei tempi si poteva semplicemente animare da dentro la cultura, la società, le relazioni attraverso la testimonianza e non attraverso l’annuncio. Oggi è molto diverso?

  • Il vangelo lì dove ti trovi…

Il vangelo è incarnato! Il cristiano si muove dentro il mondo, all’interno di una cultura/società dentro la quale spesso egli non si riconosce, ma con la vocazione di animarla da dentro. Anche Paolo la pensava un po’ allo stesso modo. C’erano gli apostoli chiamati a diffondere il vangelo con l’annuncio; e c’erano i cristiani chiamati a cristianizzare da dentro la società pagana, intrisa di superstizione, ricerca di sé, brama di potere…

L’affermazione che apre Rm (1,16-17) va in questa direzione: “Non mi vergogno del vangelo”. Una parola che dice molto anche ai cristiani di oggi. Essere cristiani in effetti è fuori moda, al giorno d’oggi; qualcosa di cui spesso ci vergogniamo. E la proclamazione di Paolo che non si vergogna del vangelo, anzi si vanta della croce di Cristo (cfr. Gal 6,14), ci spinge ad animare il luogo e il tempo in cui siamo chiamati a vivere, da dentro, con le armi potenti e silenziose del vangelo.

Il cuore del vangelo, le mie dinamiche interiori nell’accoglierlo, il senso dell’agire cristiano… ma come calare tutto questo nella concretezza del mio mondo? Come far sì che tutto questo abbia la forza di parlare, attraverso il mio agire, anche alla società e alla cultura nella quale sono inserito? In realtà è proprio questa la domanda che interessava normalmente Paolo, quando scriveva lettere. Le sue lettere generalmente erano infatti indirizzate ad una comunità da lui fondata e che lui conosceva bene. La teologia di Paolo è sempre teologia situazionata, non astratta.

Egli vuole aiutare i cristiani a vivere il vangelo là dove si trovano. Non propone fughe, né di tipo spirituale (“io ho capito che il vangelo è per me, gli altri se la vedano loro”), né di tipo sociale (“io cristiano sono capito soltanto dagli altri cristiani e decido di stare solo con loro”), né di tipo interiore (“basta che il vangelo parli al cuore degli uomini, non serve che converta le strutture di peccato innestate dentro la cultura e la società”).

Se qui e ora è il luogo/tempo in cui Dio mi ha desiderato e pensato, è importante che il vangelo io lo viva qui e ora. Spesso siamo tentati di dire: “se vivessi in un mondo diverso, in un altro tempo, in un’altra situazione certamente saprei conservarmi più fedele”… Stupidaggini! La mia vocazione passa non solo in ciò che sono chiamato a vivere, ma anche nel dove e nel quando sono chiamato a viverlo…

  • La chiesa di Dio che è in Corinto

Non è dunque senza importanza che la lettera Paolo la scriva “alla Chiesa di Dio che è in Corinto”. Per comprendere la proposta evangelica che Paolo fa ai cristiani di Corinto è allora importante sapere qualcosa su Corinto.

La città di Corinto godeva di un’invidiabile posizione geografica, situata com’era su due mari, con un porto ad Oriente e un porto ad Occidente. Non esisteva ancora il canale che collegava i 2 mari (la striscia di terra nel punto più stretto misura solo 600 metri), ma esisteva una strada lastricata con una specie di binario di legno sulla quale le navi potevano essere trascinate per risparmiare il periplo del Peloponneso. Dunque una città con grandi traffici commerciali: era passaggio obbligato sia via terra sia via mare.

I giochi istmici (secondi soltanto alle Olimpiadi) la rendevano famosa in tutto il Mediterraneo. Grazie ai giochi la città godeva anche di turismo (forse anche Paolo ne restò impressionato: cfr 1Cor 9,24-27).

Città fra le più cosmopolite del mondo antico, per le sue strade si incontravano greci, romani, orientali e giudei. E anche tutti i culti vi erano rappresentati: accanto ai grandi templi di Giove e Afrodite, si potevano scorgere i santuari delle divinità orientali, come Iside e Serapide.

I grandi traffici commerciali portavano ricchezze, ma anche lusso, decadenza morale e sfruttamento. La dissolutezza di Corinto era proverbiale. “Vivere alla corinzia” (korinthiazomai) era diventato sinonimo di vita dissoluta. Dire ad una ragazza “donna corinzia” non era certo un complimento (=prostituta). E lo storico Strabone racconta che nel tempio di Afrodite prestavano servizio più di mille prostitute sacre.

È dunque in questa città all’apparenza lontanissima da una qualsiasi apertura al messaggio evangelico, che Paolo giunge, proveniente da Atene (subito dopo lo smacco subito all’Areopago), verso l’autunno dell’anno 51, durante il suo secondo viaggio missionario (cfr. At 18). Vi giunge con animo timoroso e trepidante (1Cor 2,3).

Inizia a predicare nella sinagoga, poi, dopo il rifiuto dei giudei, si rivolge ai pagani; in un anno e mezzo riesce a formare una vivace comunità, composta in prevalenza di pagani convertiti. Non mancano alcuni appartenenti alle classi benestanti, ma nella quasi totalità i convertiti appartengono alle classi più umili (1,26). A questa giovane comunità, appena convertita dal paganesimo e in continuo pericolo di ricadervi, Paolo scrive una seconda lettera da Efeso, nell’anno 53 o 54. È la nostra 1Cor (la lettera precedente, cfr. 5,9 è andata perduta). L’occasione (cfr. 7,1) fu uno scritto giuntogli da Corinto, che lo metteva al corrente di alcune situazioni spiacevoli.

Ma qual’era il volto di questa giovane comunità?

In Rm la problematica prende il via da un modo sbagliato di vivere il cristianesimo nel contesto giudaico, a Gerusalemme e in Asia Minore (cfr. il problema della circoncisione, il rapporto fede/legge, la convivenza tra cristiani convertiti dal giudaismo e cristiani convertiti dal paganesimo).

In 1Cor, invece, i problemi sono determinati dallo scontro con la mentalità pagana. Anche a Corinto, come a Gerusalemme e in Oriente, c’è il pericolo di ricadere nella schiavitù; non certo della legge e delle opere (come i giudei), ma della propria sapienza. Molti giudei confidano nella loro legge e nelle proprie osservanze, così molti greci nella loro filosofia (la tradizione culturale e filosofica dell’antica Grecia è grandiosa). In un caso come nell’altro, è l’uomo che cerca salvezza in se stesso. È sempre il centro del vangelo che viene minacciato: la fede nella salvezza che è un dono gratis.

All’epoca, nelle città di tradizione greca, era diffusissima la tendenza all’esaltazione della propria sapienza. Con la sapienza e la riflessione si pretendeva di risolvere tutto. Basti pensare alla diffusione dell’epicureismo, ancora in voga al tempo, che pretendeva di neutralizzare la sofferenza attraverso la riflessione (costruendo teorie razionali per sconfiggere le paure fondamentali); l’epicureo mirava alla pace interiore, all’assenza di ogni preoccupazione e sofferenza, proponendo un ideale di “uomo saggio” che guarda ogni evento della vita con distacco e indifferenza, disprezzando la ricerca di chi pretende di trovare un senso al proprio vivere quotidiano. L’uomo ideale è giovane, sano, impassibile e acculturato, frequentatore di palestre e di filosofi…

Per il cristiano di cultura greca era dunque forte la tentazione di ridurre il vangelo a sapienza, filosofia, e dunque a un’opinione intorno alla quale era lecito discutere e contrapporsi. I Corinzi allora davano spesso più peso alla personalità dei singoli apostoli che all’unica promessa di salvezza di cui tutti erano portatori. Privilegiavano la genialità teologica dell’uno o dell’altro, incapaci di scorgere il messaggio fondamentale comune che tutti esprimevano.

Questa idolatria della sapienza umana, così, oltre a far perdere il senso della grazia, crea anche divisioni. È infatti innegabile per lo spirito greco la tendenza alla ricerca di sé, all’esaltazione della propria personale originalità: tendenza che si traduce facilmente in discussione, contrapposizione. E questo spiega perché Paolo apre la sua lettera con un appello alla comunione: “Fratelli, io vi esorto nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad avere tutti un medesimo linguaggio e a far sì che non ci siano divisioni fra voi” (1,10).

C’è una prima divisione in partiti e correnti, riferendosi chi a un apostolo chi a un altro (1,11-12); ci sono liti per motivi di denaro (6,1); c’è chi è più libero e chi invece è ancora prigioniero di vecchie superstizioni (8,1ss). Tali divisioni sono accentuate dal fatto che la multiformità della società corinzia (ove le disparità sociali, economiche e culturali erano la norma) si riflette anche dentro la comunità cristiana: ci sono i ricchi e ci sono i poveri (11,21), e non sempre è facile la comunione (11,17-34).

Tuttavia, doveva essere una comunità molto vivace, fresca. Il Signore aveva benedetto gli inizi di questa comunità col dono di molti carismi particolari (il dono della sapienza, della parola, delle guarigioni, delle lingue, della profezia, del discernimento…). Eppure anche sui doni di grazia che Dio concede per il bene e la crescita della comunità, si avventava lo spettro della rivalità e della ricerca del proprio interesse personale.

Infine, la dissolutezza generale della città greca, si rifletteva anche nella comunità cristiana. Chi proveniva da un tale contesto e doveva confrontarsi con esso, facilmente ne restava attratto. Sussistevano dentro la comunità, infatti, vere e proprie deviazioni, in campo morale. Un membro della comunità, per esempio, convive con la moglie del proprio padre, e la comunità sembra non farci caso (5,1-5). Circa il comportamento sessuale c’erano alcuni che ritenevano tutto lecito (6,12ss) e altri che, al contrario, consideravano negativamente persino il matrimonio (7,1ss).

Insomma, il microcosmo cristiano di Corinto, benedetto da Dio e assistito dall’opera instancabile di Paolo, vive e respira entro il macrocosmo della città di Corinto, con tutti i suoi vanti e le sue incoerenze. Al vangelo, parola forte e di rottura, non sempre è permesso di permeare totalmente ogni meandro e dettaglio della vita cristiana. La comunità cristiana appare così come stretta tra due fuochi: quello del annuncio evangelico di Cristo e quello del contesto culturale e sociale.

È vero, il contesto di Corinto era particolarmente difficile, perché estremamente complesso. Come può scendere la Parola di Dio in un contesto così? Difficilmente apparirà allettante e potrà essere accolta in un mondo così complesso…questa la tentazione.

Ma, forse anche il nostro contesto culturale è estremamente complesso e multiforme; forse anche il nostro appare particolarmente difficile e duro alla penetrazione della parola del vangelo.

Piste di riflessione

– Prova a ripercorrere i tratti caratteristici della mentalità diffusa a Corinto:
– la tendenza all’esaltazione della propria sapienza;
– la pretesa di risolvere tutto con la sapienza e la riflessione;
– il modello di uomo ideale.

Trovi punti in comune con la mentalità del tuo mondo di oggi?
– Prova a ripensare alle difficoltà della comunità cristiana di Corinto:
– la tentazione di ridurre il vangelo a sapienza;
– il dare troppo peso alla personalità dei singoli apostoli;
– le disparità sociali e culturali che facilmente portano a divisioni;
– la propensione a tenere per sé i carismi e i doni ricevuti;
– la dissolutezza generale.

Trovi punti in comune con la tua difficoltà di cristiano dentro la società e la cultura di oggi?

Anche il nostro contesto culturale è estremamente complesso e multiforme; anche il nostro appare particolarmente difficile e duro alla penetrazione della parola del vangelo. In cosa, io cristiano, sento che le mie scelte seguono più il pensare comune che la logica cristiana? In cosa mi sento fuori moda? In cosa mi sento incoerente col credo che professo?

Come leggo la mia fede: qualcosa di cui mi vanto o mi vergogno? qualcosa di solo privato? qualcosa che sento deve dire una parola ai contesti dentro cui mi muovo?