home  »  Meditazioni  »  Paola a Tessalonica e Berea (At 17, 1-15)

Paola a Tessalonica e Berea (At 17, 1-15)

tratto da P. Bizzeti, Fino agli estemi confini della terra. Meditazione sugli Atti degli Apostoli, EdB, Bologna 2008, pp. 280-282 passim   

Dono da chiedere nella preghiera: La costanza e la pazienza nel seguire la propria vocazione

At 17, 1. Percorrendo la strada che passa per Anfìpoli e Apollònia, giunsero a Tessalònica, dove c’era una sinagoga dei Giudei. 2Come era sua consuetudine, Paolo vi andò e per tre sabati discusse con loro sulla base delle Scritture, 3spiegandole e sostenendo che il Cristo doveva soffrire e risorgere dai morti. E diceva: “Il Cristo è quel Gesù che io vi annuncio”. 4Alcuni di loro furono convinti e aderirono a Paolo e a Sila, come anche un grande numero di Greci credenti in Dio e non poche donne della nobiltà. 5Ma i Giudei, ingelositi, presero con sé, dalla piazza, alcuni malviventi, suscitarono un tumulto e misero in subbuglio la città. Si presentarono alla casa di Giasone e cercavano Paolo e Sila per condurli davanti all’assemblea popolare. 6Non avendoli trovati, trascinarono Giasone e alcuni fratelli dai capi della città, gridando: “Quei tali che mettono il mondo in agitazione sono venuti anche qui 7e Giasone li ha ospitati. Tutti costoro vanno contro i decreti dell’imperatore, perché affermano che c’è un altro re: Gesù”. 8Così misero in ansia la popolazione e i capi della città che udivano queste cose; 9dopo avere ottenuto una cauzione da Giasone e dagli altri, li rilasciarono. 10Allora i fratelli, durante la notte, fecero partire subito Paolo e Sila verso Berea. Giunti là, entrarono nella sinagoga dei Giudei. 11Questi erano di sentimenti più nobili di quelli di Tessalònica e accolsero la Parola con grande entusiasmo, esaminando ogni giorno le Scritture per vedere se le cose stavano davvero così. 12Molti di loro divennero credenti e non pochi anche dei Greci, donne della nobiltà e uomini. 13Ma quando i Giudei di Tessalònica vennero a sapere che anche a Berea era stata annunciata da Paolo la parola di Dio, andarono pure là ad agitare e a mettere in ansia la popolazione. 14Allora i fratelli fecero subito partire Paolo, perché si mettesse in cammino verso il mare, mentre Sila e Timòteo rimasero là. 15Quelli che accompagnavano Paolo lo condussero fino ad Atene e ripartirono con l’ordine, per Sila e Timòteo, di raggiungerlo al più presto.

Punti per la meditazione

  • Lasciata Filippi i nostri annunciatori del vangelo continuano sulla via Egnatia, passano da Anfipoli e Apollonia e giungono al golfo di Salonicco, a Tessalonica. Proprio l’essere cacciati offre l’occasione di andare oltre, di fondare nuove comunità. La corsa del vangelo sfrutta proprio le resistenze degli uomini, le loro ottusità, l’osteggiare la Buona Notizia. Queste ripetute persecuzioni danno una misura della resistenza dell’uomo all’annuncio della morte e risurrezione di Gesù. Però il Signore è capace di volgere l’ostilità a favore del suo disegno. Così, più che cacciati dagli uomini, gli apostoli si muovono da inviati dal Signore. Il vangelo corre lungo le strade dell’impero e si diffonde come Gesù aveva preannunciato agli apostoli. Forse, se non ci fosse il rifiuto degli uomini, l’annuncio si fermerebbe: a Luca non manca l’ironia nel constatare che è proprio l’ostilità che rende la corsa della Buona Notizia così ampia e feconda.
  • Anfipoli e Apollonia sono centri minori. Tessalonica – fondata nel 316 a.C. da Cassandro, cognato di Alessandro Magno – nel 42 a.C. era divenuta una città con amministrazione autonoma, come Filippi, con a capo prima cinque poi sei politarchi. Essendo un porto, era un attivo centro commerciale che aveva attirato numerosi giudei.

Paolo si reca alla sinagoga «come sua consuetudine», perché il Messia è prima di tutto per Israele, come detto più volte. Non ritiene di aver bisogno di altri strumenti per parlare di Gesù delle Scritture, che a certi cristiani sembrano presentare un Dio irascibile e duro in contrapposizione al Dio del NT. Certo non è automatico ritrovare nell’A.T le profezie su Gesù, ma la comunità dei discepoli del Signore, illuminata dal maestro e dallo Spirito, è stata capace di fare questo lavoro e lo è tutt’oggi. Paolo, dunque, come Pietro e gli altri, cerca di mostrare che lo strano messianismo di Gesù non è affatto eterogeneo rispetto a quello che le Scritture annunciavano. Nei lunghi anni di Tarso, Paolo si era confrontato a lungo con la parola di Dio e si era allenato a fare ciò che Gesù fece con i discepoli di Emmaus: mostrare come il suo messianismo fosse stato annunciato dagli scrittori sacri. «Il Messia è quel Gesù che io vi annuncio» (17,3): Paolo sottolinea sempre che i discepoli di Cristo credono nel Messia atteso da Isarele, che Gesù non è il fondatore di una nuova religione, e che la sua identità ha riferimento in Israele. Se avessimo presente che il kerygma è prima di tutto per Israele, saremmo costretti a confrontarci di più con le Scritture della prima alleanza e conosceremmo meglio Gesù.

  • Tra le persone che aderiscono all’annuncio di Paolo, Luca, sempre attento al mondo femminile, scrive il nome di alcune donne. Questa caratteristica di essere una comunità mista, di uomini e di donne alla pari di fronte al vangelo e alla scelta di fede, viene forse sottovalutata quando si parla delle novità portate dal Signore Gesù: certamente il giudaismo in questo campo era molto progredito, ma la comunità dei discepoli di Gesù ha fatto un fortissimo balzo in avanti. Una vera profezia, che poi è stata spesso dimenticata dal mondo delle chiese cristiane. Un brano forte di Rossi de Gasperis può farci meditare: «Per alcuni “uomini di chiesa” (si direbbe più volentieri “maschi di chiesa”), più della metà del genere umano potrebbe tranquillamente non esistere. I quadri dell’istituzione ecclesiastica sono già tutti al completo, senza le donne. Senza di esse la chiesa, nelle sue strutture ufficiali, de iure potrebbe funzionare ugualmente. Sembra che le donne siano nate solo per generare chierici e religiosi o religiose, e poi per far numero nella chiesa e per essere le devote, plaudenti spettatrici delle nostre gesta maschili».
  • Le reazioni all’annuncio si ripetono con monotonia: la gelosia e lo zelo religioso che nasconde i propri interessi sono, ancora una volta, la miccia che accende la piazza contro Paolo e i suoi amici. Questi giudei che osteggiano i missionari non sono i tiepidi della comunità, ma si fanno dominare dal proprio impegno; sono persone che prendono troppo sul serio se stessi e le proprie convinzioni, tanto da pensare di esserne i custodi. È una forma di accecamento che porta ad utilizzare anche mezzi che in altri casi verrebbero istintivamente rifiutati. Nasce la crociata, in cui ci si sente dei salvatori.
  • Paolo e Sila, ormai esperti, non si fanno prendere e il capro espiatorio diventa un certo Giasone, con altri simpatizzanti. Gli accusatori non vanno per il sottile e imbastiscono una bugia colossale: ci sarebbero – secondo le dicerie che vengono da Filippi – delle persone che hanno in mente di sollevare l’imperatore dal suo trono. L’accusa è ridicola per tre persone come Paolo, Timoteo e Sila, ma a volte non c’è niente di più credibile delle cose ridicole. A Tessalonica l’accusa cavalca il ritornello del bene comune, il pericolo che la tanto ostentata pax romana venga minacciata e che l’equilibrio dello stato sia in discussione.

Paolo, Sila e Timoteo non incontrano difficoltà serie, obiezioni vere, ma reazioni basate su cose ridicole, ma proprio perché tali, capaci di bloccare una città. E la gente non accoglie il vangelo, non per problemi di coscienza, non per divergenze meditate, ma per chiacchiere assurde, per voci di strada. Paolo e Sila vengono squalificati con un giudizio sommario.

  • La corsa del vangelo si scontra nel mondo con muri improvvisi, ostacoli assurdi che sbarrano la strada; ma non mancano mai quelli come Giasone che vengono afferrati dalla vicenda del regno, come era successo a Simone di Cirene.

Notiamo anche che Luca, così attento ai poveri, sottolinea però come il vangelo sia per tutti, anche per i ricchi come Giasone, che può ospitare Paolo Sila e Timoteo e che può pagare prontamente una cauzione, così come per le nobildonne benestanti e per Lidia, una commerciante di alto profilo. Non c’è dunque nessun presupposto per aderire al vangelo, è bene ripeterlo, o Teofilo.

Il vangelo però è scomodo per tutti, sebbene per motivi diversi, sia per i capi, sia per la gente comune, perché mette in crisi e pochi amano essere messi in crisi. L’organizzazione della polis tende a conservare se stessa e lo stesso fanno “i religiosi”: lo si è visto in terra d’Israele e si ripete puntualmente anche qui.

  • A Berea – città di antiche origini, capitale della Macedonia sotto Diocleziano, capoluogo della provincia Emazia, importante per la produzione agricola, ricca di acqua, chiamata l’eden della Grecia – la gente sembra essere più disponibile, ma anche lì alla fine il risultato è il medesimo. L’inizio era stato molto promettente: la parola era stata accolta con entusiasmo, ma anche con saggezza, la gente rileggeva le Scritture per vedere se ciò che veniva annunciato corrispondesse alla parola di Dio. Anche alcune nobildonne greche credettero. Poi il tracollo: i giudei di Tassalonica arrivano e seminano zizzania. Allora i fratelli fanno fuggire Paolo e Sila perché la loro presenza li mette a rischio, è compromettente, per questo «li fecero partire». L’ospitalità rischia di costare troppo cara! La missione in questo caso termina quando non c’è più nessuno che ospita gli apostoli: la volontà del Signore si mostra anche così. Tanti ancora non hanno sentito l’annuncio, ma gli apostoli devono andare oltre.

Paolo si imbarca al porto di Metone o di Uma, va ad Atene in nave, sbarcando o al Pireo o a Rafina.