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Paolo ad Atene (At 17, 16-34)

di Marco Tibaldi

Punti da chiedere nella preghiera:

  1. Conoscere interiormente Gesù e il suo mistero così da poterlo comunicare in modo efficace
  2. La creatività dello Spirito per saper inculturare il messaggio cristiano nei diversi contesti

At, 17,16: Paolo, mentre li attendeva ad Atene, fremeva dentro di sé al vedere la città piena di idoli. 17Frattanto, nella sinagoga, discuteva con i Giudei e con i pagani credenti in Dio e ogni giorno, sulla piazza principale, con quelli che incontrava. 18Anche certi filosofi epicurei e stoici discutevano con lui, e alcuni dicevano: “Che cosa mai vorrà dire questo ciarlatano?”. E altri: “Sembra essere uno che annuncia divinità straniere”, poiché annunciava Gesù e la risurrezione. 19Lo presero allora con sé, lo condussero all’Areòpago e dissero: “Possiamo sapere qual è questa nuova dottrina che tu annunci? 20Cose strane, infatti, tu ci metti negli orecchi; desideriamo perciò sapere di che cosa si tratta”. 21Tutti gli Ateniesi, infatti, e gli stranieri là residenti non avevano passatempo più gradito che parlare o ascoltare le ultime novità. 22Allora Paolo, in piedi in mezzo all’Areòpago, disse: “Ateniesi, vedo che, in tutto, siete molto religiosi. 23Passando infatti e osservando i vostri monumenti sacri, ho trovato anche un altare con l’iscrizione: “A un dio ignoto”. Ebbene, colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio. 24Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo 25né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa: è lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. 26Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio 27perché cerchino Dio, se mai, tastando qua e là come ciechi, arrivino a trovarlo, benché non sia lontano da ciascuno di noi. 28In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come hanno detto anche alcuni dei vostri poeti: “Perché di lui anche noi siamo stirpe”. 29Poiché dunque siamo stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’ingegno umano. 30Ora Dio, passando sopra ai tempi dell’ignoranza, ordina agli uomini che tutti e dappertutto si convertano, 31perché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare il mondo con giustizia, per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti”. 32Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano, altri dicevano: “Su questo ti sentiremo un’altra volta”. 33Così Paolo si allontanò da loro. 34Ma alcuni si unirono a lui e divennero credenti: fra questi anche Dionigi, membro dell’Areòpago, una donna di nome Dàmaris e altri con loro.

Punti per la meditazione

  • L’Atene di Paolo non è più la grande potenza politica dei tempi d’oro, ma è comunque ancora una delle capitali indiscusse della cultura dell’epoca, dominata dalla filosofia epicurea e stoica. Per gli epicurei, che noi spesso superficialmente identifichiamo con dei gaudenti, le divinità non si occupano della vita degli uomini, quindi sono inutili tutte le superstizioni e i timori connessi con la morte, poiché l’uomo è destinato a dissolversi ed a ritornare nel nulla da cui proviene, essendo sostanzialmente un aggregato di atomi. Per gli stoici invece l’uomo può affrontare le difficoltà della vita attraverso il distacco dalle passioni, raggiungendo l’apatheia (insensibilità) e l’atarassia (il distacco). Tutto è regolato dalla divinità, che assume dei contorni panteisti, anche se è un Dio che non ama e che non è amato dall’uomo. Paolo comincia a parlare innanzitutto non ai filosofi, ma nell’agorà, nella piazza, a tutti coloro che incontrava: è un uomo che non passa inosservato, le cui parole lasciano un segno. Per questo viene invitato a parlare anche all’Areopago, una prestigiosa accademia politico culturale, poiché gli ateniesi, come dicono gli Atti «amavano parlare ed ascoltare altri parlare».
  • Notiamo che il discorso di Paolo per certi aspetti parte negativamente, affermando ciò che Dio non è: 1. Non abita in templi fatti da mani d’uomo 2. Non è servito dalle mani dell’uomo, 3. Non è simile ad una immagine di oro o di argento. È un discorso tradizionale, fatto però con un nuovo linguaggio, senza citazioni dirette dell’Antico Testamento che pure è presente in filigrana: Dio non abita in templi fatti da mani d’uomo (1Re 8,27), ha creato tutti da uno (Gen 1-2), Dio ha fatto il mondo e tutto ciò che è in esso (Is 42, 5).
  • Paolo pur essendo «pieno di sdegno per gli idoli che vedeva in Atene» non si lascia bloccare da questo scandalo, non attende l’arrivo dei suoi per chiudersi nel suo gruppo, ma sa mettersi in dialogo; ovvero concretamente scende in campo e cominciando a dialogare con tutti sa suscitare delle domande.
  • Paolo riesce in questo intento poiché conosce il suo interlocutore, ha studiato i testi della cultura dell’epoca al punto che può citare Arato di Soli, unica citazione di un testo laico all’interno del Nuovo Testamento. Questa capacità non si improvvisa e non a caso Paolo durante gli otto-dieci anni successivi all’incontro di Damasco ha rimuginato a lungo la sua esperienza, riconfrontandola con il patrimonio tradizionale e la cultura, religiosa e non, che aveva ricevuto. Paolo sa spogliarsi degli elementi tradizionali della sua cultura e li sa ridire pur senza tradirli.
  • Mette in evidenza innanzitutto la benevolenza divina, il fatto che Dio dà la vita ad ogni uomo, è Lui che è attivo per l’uomo e non si presenta come un padrone esigente o come un despota. È un Dio che serve e che cerca l’uomo, che è vicino anche se è difficile incontrarlo. Dio si trova all’inizio e al termine della vicenda dell’uomo; Paolo presenta ai suoi uditori l’orizzonte di fondo che comprende tutta la storia dell’uomo, senza disperdersi in elementi troppo particolari.
  • Il richiamo al giudizio di Dio implica il fatto che Dio intervenga a favore del povero e del debole e non che si comporti come un giudice bizzarro o dispotico. La prova di questo consiste nella risurrezione accreditata di un uomo, che Paolo non cita nemmeno per nome, ancora una volta non per fare sconti sulla dottrina ma per puntare all’essenziale. Spesso la nostra preoccupazione di ribadire la centralità, ad esempio, della divinità di Gesù, non tiene conto del fatto che la stessa comunità primitiva ha impiegato decenni per arrivare ad averne una comprensione adeguata.
  • Paolo infine non si scoraggia dell’insuccesso della sua missione, non si scandalizza delle ingiurie che riceve sia dai pagani che dai giudei (At 17,32; 2,13) e questo perché, come commenta Bonhoeffer, «La Parola è più debole dell’idea. Perciò anche i testimoni della Parola sono, con questa Parola, più deboli dei propagatori di un’idea. Ma in questa debolezza essi sono liberi dalla morbosa irrequietezza dei fanatici, infatti essi soffrono con la Parola. I discepoli possono anche ritirarsi, fuggire, purché la loro debolezza sia la debolezza della Parola stessa, purché non abbandonino la Parola durante la fuga» (D. Bonhoeffer, Sequela, Brescia 1971, p. 165).